E non c'entrano missili, kalashnikov, attentati, tutt'altro. Maia sta per Missione Archeologica Italiana in Afghanistan e il 2 giugno, festa della Repubblica, l'Ambasciata Italiana di Kabul ospiterà una mostra fotografica per celebrare il cinquantenario della Missione nata nel 1956 e che fa capo all'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente. I pannelli mostreranno i reperti difesi e recuperati, i luoghi degli scavi, le ricostruzioni grafiche. Successivamente la mostra diverrà itinerante, passerà per Roma (2008), tornerà nell'università della capitale afghana. Le immagini rappresentano una testimonianza unica dell'amicizia che nonostante le difficoltà lega da tempo il nostro Paese all'Afghanistan e che ha portato studiosi e archeologi italiani più volte laggiù, militari della cultura, in nome di quell'orientalismo italiano tanto caro al fondatore dell'Isiao, Giuseppe Tucci e al collega Giovanni Gentile. Ma torniamo indietro. Tutto comincia nel 1957, quando partono le prime ricerche nella piana del Dasht-i Manara (Ghazni), città sull'altopiano centrale afghano, sulla via che collegava ieri come oggi Kabul a Kandahar. La Maia individua due obiettivi. In pochi anni gli scavi portano alla ricostruzione della storia dell'Afghanistan, dalla preistoria al periodo islamico. Rarissime testimonianze di insediamenti paleolitici e megalitici, di architettura urbana e religiosa, anche un'iscrizione, che diverrà subito famosa: un editto, inciso su roccia nei pressi di Kandahar, dell'imperatore Ashoka (III sec. a.C.) primo unificatore del Subcontinente indiano e grande propagatore del buddhismo. A Ghazni invece gli scavi (1957-1968) portano alla luce un sontuoso palazzo reale voluto nel 1112 dal sultano Mas'ud III e una dimora di dignitari di corte, la "casa dei lustri". Dal '68 sotto la direzione di Maurizio Taddei si scava sistematicamente nel Santuario buddhista di Tapa Sardar, insediamento del III secolo d.C. costruito e decorato di terra cruda, prestigioso centro religioso e luogo di cerimonie politiche. La Maia ha lavorato ininterrottamente in Afghanistan fino all'invasione sovietica e alle vicende seguite. Nel 2002 sotto la direzione di Giovanni Verardi è stata la prima missione archeologica straniera a rientrare nel Paese dopo la caduta del regime dei Taliban. Mentre i siti archeologici sono stati in parte danneggiati, quasi l'85 dei reperti è recuperato. Attualmente sotto la direzione di Anna Filigenzi continua il completamento degli scavi a Tapa Sardar e lavora al riallestimento del Museo di Arte Islamica di Rawza, per mezzo di fondi italiani attraverso l'Unesco. Perché come dice Giuseppe Morganti, della Soprintendenza archeologica di Roma, appena partito per Kabul: «In Afghanistan l'Italia non esporta solo gli elicotteri Mangusta, i blindati pesanti e truppe in sempre maggior numero, ma agisce come supporto per la salvaguardia e la valorizzazione della cultura e del patrimonio culturale afghano, e non da oggi, ma da cinquant'anni».