Purtroppo è sempre più diffusa l'immagine della Campania sommersa dall'immondizia. Ma se questa, prima o poi, dovrebbe essere rimossa, c'è un'altra spazzatura che deturpa il territorio campano senza speranza di rimedio. Si tratta dell'edilizia abusiva, che cresce senza soste alla luce del sole. Quasi quattro mesi fa fu scoperta a Casalnuovo l'avvenuta costruzione abusiva di centinaia di fabbricati. In circa due anni ed in un piccolo territorio comunale di sette chilometri quadrati (meno di un sesto dell'isola d'Ischia) nessuno (compresi il Sindaco ed i dipendenti comunali) si era accorto della costruzione di quella imponente massa di fabbricati. Finalmente, quando giornali e televisioni hanno mostrato le immagini delle nuove costruzioni, le maggiori autorità responsabili (governative e locali) sono apparse in prima fila a deprecare l'abuso ed a prevedere, con fiero cipiglio, la rapida demolizione dei fabbricati abusivamente costruiti. Finora, invece di assistere a tale spettacolo, si sono viste anche sul Mattino le foto di altre centinaia di fabbricati abusivi, realizzati dentro e fuori il capoluogo regionale. È probabile che sarà speso un po' di danaro pubblico per demolire qualche fabbricato abusivo, ma certamente si tratterà di una percentuale minima rispetto alle molte decine di migliaia di edifici abusivi realizzati in Campania e non condonabili. Quindi non regge l'alibi dei condoni e delle ordinanze del Tar. È assai strano che si chiacchiera tanto di demolizioni, mentre s'ignora la più generale e più efficace misura di prevenzione e repressione degli abusi edilizi, cioè la facile procedura di acquisizione al patrimonio comunale dei fabbricati abusivi e dell'area libera circostante fino a dieci volte la superficie abusivamente coperta. Oltretutto la Campania è al primo posto, con grande distacco, nella classifica dell'abusivismo edilizio, anche perché esiste un grave ed insoddisfatto fabbisogno di abitazioni (tanto che proprio a Casalnuovo è stata proposta una variante del piano regolatore per prevedere una nuova zona di espansione edilizia). Insomma, la Regione Campania ha bisogno della concreta realizzazione del governo del territorio, che richiede, anzitutto, l'entrata in vigore dei piani territoriali (regionale e provinciali). Siffatti piani dovrebbero indicare, per i vari Comuni, le quantità massime ammissibili di nuova edilizia, specialmente residenziale. In tal caso, risulterebbe subito l'ammissibilità o meno della proposta variante del piano regolatore di Casalnuovo, come delle previsioni di espansione residenziale nei piani urbanistici comunali. Frequentemente è criticato anche il vigente piano regolatore della città di Napoli, in quanto mancante di una visione strategica d'insieme, di un'idea di città, di un respiro territoriale. Ma è elidente che i piani urbanistici comunali, come anche il piano regolatore di Napoli, non potranno recare un'idea di città o una visione strategica d'insieme in mancanza di un serio e concreto piano territoriale sovracomunale. Allora, ancora una volta, occorre che la Regione Campania si dia un mossa. Non sembra che il piano all'esame del Consiglio regionale si muova nella necessaria direzione della semplicità e della concretezza. Questo piano - più che suscitare emozioni sociali, come si propone - dovrà invece recare con chiarezza le principali scelte in materia di infrastrutture, di dimensioni dello sviluppo edilizio (residenziale e non), di tutela del paesaggio e dei beni culturali, in modo da dirigere e coordinare la formazione dei piani territoriali ed urbanistici sottordinati. È vero che la speranza è l'ultima a morire, ma non vorrei che essa, in materia di governo del territorio campano, sia un malato terminale.