E' la regia della luce, come si sviluppa prima con Guarini nella Cappella della Sindone poi con Juvarra alla reggia di Venaria, a fare del barocco piemontese un caso unico in Europa, ancora per tutto il Settecento». Lo storico dell'arte Giovanni Romano percorre gli 80 metri della Galleria Grande, detta di Diana. Naso all'aria, indica i 22 occhi ovali nella fascia superiore, dai quali la luce entra di getto con un gioco di chiaroscuri su stucchi e cornici, innovazione di Juvarra rispetto al progetto originale di Amedeo di Castellamonte: «Tutte le grandi regge europee avevano una galleria come questa. Che è forse la più spettacolare». «Toglie il fiato - dice lo storico quando siamo dentro la chiesa di Sant'Uberto -. È una vera gara fra Superga, Chiesa del Carmine e Sant'Uberto». Anche qui il segreto di Juvarra è il gioco della luce, che arriva da dietro, che è quasi nascosta, come negli aerei balconcini sospesi, vere e proprie quinte teatrali, che infrangono la pesantezza dei pilastri della cupola, conferendo una diffusa luminosità. «Tanto che nell'Ottocento si chiusero alcune finestre, perché c'era troppa luce, troppa mondanità, troppa teatralità». Quindi Romano si sofferma sulla qualità cromatica delle pale d'altare, due grandi di Ricci e Trevisani e due piccole di Sebastiano Conca, che erano finite nell'Aula Magna dell'Università di Torino ma ora, recuperate e ricollocate nella chiesa, ricompongono il dialogo juvarriano fra architettura, pittura e scultura. Una sola critica: «La ridipintura dell'interno in tinta tutta chiara non mi trova d'accordo. Juvarra amava la varietà cromatica e anche i marmi degli altari appaiono sbiancati; forse basterebbe patinarli meglio». Torinese, 68 anni, con 30 di docenza universitaria, una carriera parallela alla Soprintendenza del Piemonte, autore di diverse opere, curatore di mostre, esperto di restauro, Romano ha visitato in anteprima i cantieri ancora aperti del più importante restauro europeo di un bene culturale, la Venaria Reale alla vigilia di un articolato programma di inaugurazioni. I giardini saranno aperti dal 10 giugno e vengono presentati oggi, con la Grande Peschiera (250 metri di lunghezza per 50) e con opere contemporanee di Giuseppe Penone. A settembre si potrà visitare la reggia, con Sant'Uberto, il Salone Centrale e la Galleria di Diana - che ospiterà una mostra sulla dinastia sabauda -mentre gli altri restauri saranno conclusi fra 2008 e 2009. Professor Romano, quali sono i caratteri e le fortune del barocco piemontese? «Quando Carlo Emanuele I assume il ducato nel 1580, reggendolo fino al 1630, deve restituire al Piemonte un ruolo internazionale. La sua, perciò, è una corte che guarda all'Europa più che all'Italia. Non a caso chiama Federico Zuccari, che ha lavorato all'Escorial e gli fa realizzare una grande galleria, che non c'è più, fra Palazzo Reale e Palazzo Madama. Seguono i due colpi fondamentali che segnano quello che possiamo chiamare barocco piemontese: il Guarini, nella seconda parte del Seicento, con San Lorenzo, la cupola per la Sindone e Palazzo Carignano, e lo Juvarra dall'inizio del Settecento, già nell'ambito dello spirito europeista di Vittorio Amedeo II. Il barocco scenografico di Guarini e Juvarra non ha confronti in Europa». Ma non è Roma la capitale del barocco, non è Bernini il suo massimo interprete? «Vero. Nel Seicento. Non nel Settecento. Torino ha un atout che altre città non hanno. Dove trovi spazio per nuovi palazzi a Roma all'inizio del Settecento? Il centro è ormai saturo. Invece Torino ha un centro piccolissimo, attorno al quale la città è piena di spazi liberi in cui gli architetti possono sperimentare». In questo quadro, quali sono il significato e il peso delle residenze sabaude? «A parlarne come di un complesso unitario si perdono i caratteri specifici. Sono tutti casi diversi. Racconigi, per esempio, è un luogo bellissimo lontano da Torino, con un parco stupendo e le serre piene di orchidee, quando le visitavo da bambino. Stupinigi e Rivoli appaiono diverse. A Palazzo Reale il primo piano è quasi tutto Seicento, il secondo tutto Settecento». E la Venaria Reale che stiamo visitando che cosa rappresentava, che caratteri aveva? «Nasce come casino di caccia. Ma per Vittorio Amedeo II doveva diventare la Versailles dei Savoia. Ne deriva un aspetto strampalato, perché non è simmetrica, ma scalena. Il nucleo originale, quello che doveva essere il cuore della palazzina d caccia, è il Salone Centrale. No ora lo vediamo sguarnito, ma era formidabile, con due fasce di riquadri pittorici: sopra ritratti di dame e gentiluomini della cor te a caccia, sotto grandi scene d caccia di vario genere».
Venaria, ritorno a Versailles
Giovanni Romano, storico dell'arte, esplora la Galleria Grande di Diana nella chiesa di Sant'Uberto a Torino, un capolavoro del barocco piemontese. La galleria, con i suoi 22 occhi ovali, è un esempio di innovazione di Giuseppe Juvarra rispetto al progetto originale di Amedeo di Castellamonte. Romano analizza anche la qualità cromatica delle pale d'altare, realizzate da artisti come Ricci e Trevisani, e critica la ridipintura dell'interno in tinta chiara.
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