Guarda laggiù l'alto Soratte, coperto di neve. Chissà dov'era Orazio quando indicava quella cresta lontana, nella campagna a Nord di Roma, oggi perforata da cunicoli bellici lunghi chilometri. Questa vecchissima città compie un altro piccolo passo nella sua faticosa conquista della Modernità facendo vedere la sua montagna più alta dai Fori. Sì, dal centro del suo centro storico, anche se lo sguardo non si slancia nel vuoto dall'area archeologica ma dalla terrazza più alta del Vittoriano, costruito quasi cent'anni fa proprio su una parte dei Fori imperiali. Di là il Soratte, di qua i Colli Albani, il monte Gennaro e, all'opposto, il profilo brillante del mare. L'ascesa al cielo costa solo sette euro e un viaggio di 40 metri che corre su 34 secondi. E' tanto, se si conta la moneta, è poco se si guarda al tempo speso per cambiare il modo di vedere il mondo. Sopra non ci sono che le due gigantesche quadrighe di bronzo, retoriche ma bellissime. E sotto c'è tutto il resto. Se poi si arriva alla terrazza in una giornata di sole ed a mezzogiorno, quando le campane dell'Ara Coeli spezzano il silenzio, ci si può fare un'idea di come gli Dei guardano gli uomini (e le donne, e il teatro dove recitano). Traffico, rumori, paure ma anche speranze: niente. Dall'Olimpo costruito ai primi del Novecento si vede Roma nello sviluppo del Tempo, dove insieme c'è il presente e il passato e, senza che ce ne accorgiamo, anche il futuro. La città dei ventisette secoli (ce ne sono di più vecchie) si mostra tutta insieme, dagli umili resti di un'epoca orgogliosa alle tracotanti insegne di una realtà vile come possono essere il vacuo cilindro del gazometro o il campanile delle teletrasmissioni. La torretta dell'Osservatorio del Collegio Romano pare estratta da una tela di De Chirico, un simbolo senza funzioni. Filano sulle ali degli uccellacci tiberini che fanno la ronda attorno alla Quadriga le meditazioni sulla grandezza di una città che era il centro del mondo ed ora combatte la sua battaglia quotidiana per restare tra le grandi capitali europee e non scivolare tra le sorelle del Mediterraneo. Un ascensore di cristallo può bastare, per oggi, a vincere questo snervante continuo confronto? Entrando nella cabina viene in mente l'elevator della Morgan Library, a New York, e già questo è un incasso. Per come è sistemato sul dorso del Vittoriano il condotto vetro e acciaio che contiene il doppio stantuffo, si pensa alla facciata del museo Reina Sofia, a Madrid. Questo salire al cielo, con l'aspettativa di vedere laggiù la Terra rotonda ricorda il lift delle Sears Tower di Chicago, tra le più alte del mondo. Per oggi l'ascensore voluto dal presidente Ciampi per dare ai romani lo sguardo (e la malinconia) degli Dei riesce a farci credere di essere con i Primi, evitando compagnie di second'ordine. Certo, la presenza di un ministro della Cultura e del Presidente della Repubblica per tagliare il nastro di un elevator sembra esagerata: dà quasi la sensazione di vivere, nonostante tutto, piuttosto sulle sponde dell'ex Mare Nostrum che non sulle coste at-lantiche. Ma forse anche Elisabetta II ha tagliato il nastro di un lift. Ciò che veramente sigilla in una dimensione moderna e avanzata il nuovo etereo attributo del Vittoriano è la filosofia che ha accompagnato la sua realizzazione: il cilindro ascensionale è considerato «un'addizione estranea al monumento» e pertanto si tratta di qualcosa dotato di «reversibilità totale». In parole povere: quando, un domani, qualcuno decidesse di togliere gli ascensori che portano al cielo, ecco si potrà farlo presto e senza rovinare il «botticino» del monumento alla Patria. Questo mettere in campo un cambiamento di rotta, una scelta opposta, pensare a togliere dopo aver messo («Less is More» diceva l'architetto modernista Ludwig Mies Van Der Rohe), insomma, la possibilità di auto-smentita è veramente segno di appartenere al Contemporaneo, l'Era del Dubbio. Tutto ciò, assieme alle forme essenziali, alla funzionalità e allo stesso scopo del nuovo manufatto è la prova che Roma si salda, con un semplice ascensore, al gruppo delle Grandi Capitali, seppure per un giorno. Dalla terrazza sospesa tra Terra e cielo, tuttavia, ciò che appare sotto testimonia un ben diverso assunto da parte delle generazioni che hanno edificato la città. Prima e dopo il Pantheon si è costruito senza riserve mentali, senza incertezze, senza dubbi. Anzi, con una sicurezza che spesso è arrivata all'arroganza. Nessuno mai ha voluto distruggere ciò che aveva fatto, semmai ha sovrapposto la propria idea ad una precedente. Ed è così che, un secolo dopo l'altro, si è composta questa città che descrive il decorso del Tempo come nessun'altra e che, vista dall'alto, non teme il paragone con i grandi centri urbani del mondo. Con l'ascensore dubitativo, allineata per un giorno alle grandi capitali moderne, Roma si prepara al futuro con spirito nuovo. Quasi rivoluzionario.