Il 20 agosto 1647, preceduto da una parata di stendardi, il battiloro Giuseppe DAlesi - ormai capo riconosciuto della rivolta che da cinque giorni sconvolgeva Palermo - traversava linvaso dei Quattro Canti e faceva il suo ingresso in San Giuseppe dei Teatini, la chiesa che proprio su uno dei lati dellottagono dissimula parzialmente il proprio volume esterno. Con uno di quei rovesciamenti di significato che attraversano di frequente la storia della città, lo spazio che da pochi decenni era assurto a fulcro del nuovo ordito urbano e del suo meccanismo di potere veniva strappato alla sua originaria trama di segni e rivendicato dalle maestranze e dal popolo in sommossa. Una appropriazione quanto mai effimera: nel giro di poche ore, lincontro in San Giuseppe con gli inquisitori e i rappresentanti delle autorità regie si sarebbe rivelato una trappola, e la testa del capopopolo sarebbe stata innalzata su una picca e portata come trofeo per quegli stessi luoghi. Non era certamente un caso che DAlesi avesse scelto, per la propria ingannevole celebrazione, quel percorso in cui incrociano gli assi dellantico Cassaro da poco riassestato e della Strada nuova. Quelle cortine edilizie erette di recente erano state predisposte per accogliere gli apparati in cui la monarchia spagnola si rappresentava nel suo sfarzo sprezzante e imperioso, alternando agli effimeri delle feste le forche erette per le esecuzioni. DAlesi voleva così enfatizzare con un coup de théâtre il confuso rinnovamento dellordine sociale: ma inconsapevolmente si adeguava ai diktat di un tessuto urbano che nei decenni precedenti era stato violentemente smembrato e ricucito, disarticolando sino alla cancellazione un altro sistema di segni, codificatosi attraverso i secoli in un sistema di strade e piazze in cui si rispecchiava invece la rappresentanza popolare. La ferrea corrispondenza simbolica che si sussegue nei tre registri delle quattro facciate iniziate su disegno di Giulio Lasso e proseguite da Mariano Smiriglio - le stagioni, o lordine naturale, i sovrani spagnoli, quello politico, le quattro tradizionali sante patrone, quello religioso - costituiva il momento conclusivo di un processo di rifondazione della città iniziato nel secolo precedente sino a rimodellare lintero abitato attraverso la grande croce di strade e la divisione in quattro mandamenti: loperato dei viceré aveva provveduto a riconfigurare la cinta muraria e i bastioni, a prolungare il Cassaro dapprima sino al Piano della Marina e poi sino alla nuova Porta Felice, a sventrare gli spazi dinanzi al Palazzo Pretorio invertendo lorientamento della facciata e collocandovi quindi la grande macchina della fontana del Camilliani, a fare del Piano del palazzo una immensa spianata simile a una plaza des armas e infine ad aprire la Strada Nuova come un coltello nel burro, interrompendo i vecchi assi della città dei commerci e delle corporazioni e marginalizzando i luoghi urbani emblemi delle maestranze cittadine. Un ridisegno colossale, passato di mano in mano da viceré a viceré, da Gonzaga a Toledo a Villena e a Maqueda, sempre sotto legida della corona spagnola e con lausilio determinante degli ordini religiosi. Sino a deviare lo stesso orientamento dellantico Cassaro così che il nuovo percorso non desse adito a dubbi, lasciando di lato il Piano e la torre di SantAntonio Abate dove sbucava lasse originario e decentrando il porto della Cala per apparecchiare il magnifico cannocchiale prospettico che da Porta Nuova conduce a Porta Felice. Nella Palermo seicentesca, le gerarchie dovevano essere chiare, e la sequenza dei segni celebrativi della corona univoca. Così rassettata, quella porzione di città dai Quattro Canti a piazza Pretoria e a piazza Bellini che da alcuni giorni, mediante uninserzione, il Teatro Biondo propone per il riconoscimento di «patrimonio culturale dellumanità», trasuda violenza a dispetto del magnifico palinsesto che nel giro di pochi metri assembla i mosaici bizantini di Santa Maria dellAmmiraglio, i marmi barocchi della chiesa di Santa Caterina, la scenografia in pietra del Teatro del Sole e le tortuose eleganze tardomanieriste della Fontana Pretoria. Un sistema di quinte urbane articolato come un caleidoscopio di prospettive multiple e un intreccio fittissimo di civiltà artistiche ancora più stratificato se appena si allarga lo sguardo a comprendere una porzione maggiormente ampia di città: quel che rimane del quartiere ebraico tra la via del Ponticello e la piazzetta della Meschita è lì a due passi, e le pietre delle mura puniche fanno ancora capolino. Eppure, nonostante la seduzione di questi incastri, la possibilità che il quadrilatero compreso tra i Quattro Canti, piazza Pretoria e piazza Bellini venga effettivamente inserito nel patrimonio dellumanità è pari allo zero. Tra i criteri adottati dallUnesco lazione di tutela dei siti è infatti prioritario, al punto che i minacciati insediamenti alberghieri alle Eolie o le trivelle petrolifere del Val di Noto sarebbero ragioni sufficienti per depennarli dallelenco. Se gli ispettori dovessero imbastire adesso la pratica, farebbero i conti con la fiumana dauto che ingorga piazza Villena, con i danni dellinquinamento sui marmi della fontana e sulle pareti degli edifici anneriti a distanza di pochi anni dagli ultimi restauri, con il recupero di Palazzo Bordonaro lasciato incompiuto; e con lassicurazione, durante lultima campagna elettorale, che questo stato di cose è destinato a protrarsi. Decisamente, non si tratterebbe del miglior biglietto da visita.
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Il 20 agosto 1647, il capopopolo Giuseppe DAlesi, leader della rivolta a Palermo, entra in San Giuseppe dei Teatini con una parata di stendardi. Tuttavia, la sua celebrazione è una trappola, e viene catturato e giustiziato. La scelta di DAlesi di scegliere quel percorso è significativa, poiché incrocia gli assi dellantico Cassaro e della Strada nuova, che erano stati riassestiti recentemente. Questo segno simbolico enfatizza il confuso rinnovamento dellordine sociale, ma inconsapevolmente si adegua ai diktat di un tessuto urbano che è stato violentemente smembrato e ricucito.
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