Con l'inattesa scomparsa di James Beck la cultura internazionale contemporanea serde una delle voci più sensibili ed appassionate della critica d'arte militante in difesa del nostro patrimonio, troppo spesso penalizzato da assurde quanto inopportune ed irreversibili «overdose» di restauri. Grande e raffinato storico dell'Arte del Rinascimento (ricordiamo i suoi originali contributi innovativi su Iacopo della Quercia e Masaccio), per lunghi anni ascoltato docente alla Columbia University di New York, si era trovato ad affrontare quasi da solitario una impari crociata contro tutti i disinvolti e spesso improvvisati dilapidatori dell'eredità artistica, i quali, talvolta agendo all'ombra delle istituzioni pubbliche, sì arrogano il diritto di manomettere e riscrivere i più grandi documenti di pietra del passato. La sua battaglia in favore della difesa dell'autenticità del monumento contro ogni falsificazione lo ha portato dalla denuncia pubblica alle aule di molti tribunali come presunto turbatore (sempre assolto) della cosiddetta pubblica opinione. Incompreso nel suo empitus civile, ed anzi additato come presunto uomo fazioso dalle facili polemiche, Beck aveva redatto, fin dal 1990, una Carta dei diritti delle opere d'Arte cui attribuiva la stessa forza e dignità della Carta dei diritti dell'uomo, e si batteva con pochi, ma infervorati seguaci con l'Associazione Art Watch International, di cui presiedeva la sezione italiana, in favore della conservazione delle opere d'arte nel contesto di appartenenza, auspicando interventi sempre pubblicamente condivisi e preceduti dalle necessarie indagini e prove («il capolavoro artistico non deve essere considerato come un laboratorio di sperimentazione privata») al fine di evitare ogni possibile quanto irreversibile effetto negativo («le tecniche di restauro devono essere attentamente vagliate prima che l'intervento di restauro sia intrapreso»). Era convinto che le trasformazioni, modifiche e aggiunte a un monumento nel corso dei secoli debbano essere considerate «parti integranti dell'opera che, giunta sino a noi, riflette la propria storia e che, per questo motivo, non deve essere modificata» e che «nel processo di conservazione delle opere sia necessario riservare ampio spazio all'arte nuova così come alla conservazione dell'arte antica, per non correre il rischio di fossilizzarci sul passato». Chi scrive l'ha avuto come maestro e compagno di strada fin dal primo numero (1993) della rivista, tuttora in còrso, «Ananke», che ha condiviso le critiche da lui mosse al lavaggio «spie e span» di Uaria del Carretto a Lucca, alla Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze ed ai restauri «pop» sponsorizzati dai giapponesi agli affreschi di Michelangiolo nella Cappella Sistina. Ci mancherà il suo pensiero scomodo ma necessario che inserisce la sua opera a pieno titolo nella grande letteratura etica di denuncia civile dell'Antirestauro (da Victor Hugo a John Ruskin ed Alois Riegl) alla quale siamo debitori per liberare l'incerta disciplina del «restauro» dal suo sicuramente più pericoloso ed ingenuo male oscuro.
Mai più restauri pop della Cappella Sistina
James Beck è stato un critico d'arte militante che ha difeso il patrimonio artistico contro le overdose di restauri inutili e irreversibili. Ha scritto una Carta dei diritti delle opere d'Arte che attribuiva la stessa dignità della Carta dei diritti dell'uomo. Ha fondato l'Associazione Art Watch International per promuovere la conservazione delle opere d'arte nel contesto di appartenenza. Beck era convinto che le trasformazioni e le modifiche a un monumento debbano essere considerate parti integranti dell'opera e che non debbano essere modificate. Ha criticato i restauri pop sponsorizzati e ha denunciato la falsificazione di opere d'arte.
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