UNA DONAZIONE tra le più ingenti da molto tempo in qua, e Palazzo Chigi di Ariccia diventa quel Museo del Barocco romano che la Capitale ancora non possiede. Sono 128 i dipinti che Fabrizio Lemme, docente e avvocato, 71 anni, ha destinato al palazzo progettato da Bernini per Flavio Chigi, Alessandro VII, e che affiancheranno la rilevante parte della raccolta Chigi ancora in loco (2.000 oggetti), le 46 tele lasciate dal compianto studioso Maurizio Fagiolo dell'Arco, e quelle che, frattanto, altri come Ferdinando Peretti (a Londra, possiede anche un Caravaggio), o Luigi Koelliker, hanno ceduto all'edificio. Per Fabrizio Lemme, è la terza donazione in pochi anni: 20 dipinti al Louvre nel 1997, 28 alla Galleria nazionale d'Arte antica di Palazzo Barberini, a Roma, l'anno successivo; ora spiega: «La prima opera, l'ho acquistata nel 1966; quattro anni più tardi, ho incontrato Italo Faldi, storico dell'arte e funzionario di soprintendenza, che mi ha preso per mano e mi ha insegnato infinite cose. Da allora, ho comperato, senza mai venderne uno, oltre 350 dipinti; tutti e solo del Barocco romano». Tra i consulenti ed amici, anche Federico Zeri e Giuliano Briganti; tra gli estimatori della raccolta, anche Pierre Rosenberg, già presidente del Louvre, che l'ha esposta, la prima volta, proprio in quel museo. «Faldi m'ha indirizzato a questo periodo: perché era sottostimato, qualche opera l'ho pagata anche solo 250 mila lire d'allora, e perché avrei potuto costituire una raccolta complementare a quella dei musei romani». Già: a Roma, il Barocco sta soprattutto in chiesa; «le grandi raccolte», spiega Francesco Petrucci che ad Ariccia dirige Palazzo Chigi, «si sono formate in tempi diversi, o su nuclei legati ad altre regioni; e resta ancora sciagurata, invece, la dispersione della collezione Barberini, per la fine del fidecommisso sancita nel 1934». Così (sempre Petrucci), «ecco questa collezione, che spazia dalla seconda metà del Seicento fino al Neoclassico: cioè gli stessi periodi già presenti a Palazzo Chigi». Fabrizio Lemme racconta: «Ho comperato dappertutto; dove mi capitava, dove trovavo. Il bozzetto che Francesco Mancini, 1694-1758, realizza per la pala della chiesa di Mafra, in Portogallo, l'ho rintracciato per caso in Brasile, da un venditore di semipreziosi, che mi chiede se m'interessino anche i dipinti; in mezzo a tanta monnezza, compare questo bozzetto». Ma non è il solo, nella quarantennale raccolta Lemme: «Almeno una quindicina, preparatori di opere famose, o comunque note», spiega Petrucci: «Da quello di Francesco Manno, in cui si vede Carlo Marchionni che presenta a Pio VI il progetto per la sacrestia di San Pietro, che così raggiunge la propria tela, già a Palazzo Chigi, al Martirio di Sant'Andrea di Guillaume Courtois per l'altare maggiore di Sant'Andrea al Quirinale, voluto da Bernini; alla Glorificazione di Casa Borghese, dipinta da Ermenegildo Costantini, 1731-91, per il palazzo di quella Casata, a tantissimi altri». «No, non ho mai avuto né la pretesa, né la speranza, di possedere un Caravaggio», continua Lemme: «Fuori dalla mia portata. Ho voluto creare una collezione per valorizzare il Barocco romano non solo nei maggiori maestri, ma anche negl'infiniti pittori di quell'importante periodo; comunque, i nomi famosi non mancano: da Orazio Gentileschi al Cavalier d'Arpino, a Maratta ed a Saraceni. Non ho mai agito per interesse economico, ma per cultura: da qui la donazione; dobbiamo testimoniare chi siamo». «Casa Lemme, e ricordiamone la moglie Fiammetta che non c'è purtroppo più, non aveva un centimetro di pareti libero dai dipinti, e per molti è stato luogo di studi e di scoperte», riprende Petrucci; «ora, Roma si riverbera in Ariccia. Ci arrivano anche due dipinti di Giuseppe Cades, che dipinge altrettante sale, nel Palazzo lasciato alla città, a prezzo di favore, da don Agostino, che, poco prima di morire, dona anche il suo appartamento». Il sindaco Emilio Cianfanelli ringrazia, annuncia una Fondazione e, ad ottobre, la mostra della donazione; l'assessore alla Cultura, perfino la pedonalizzazione della Piazza di Corte (in cui rivaleggiano chiesa e palazzo, entrambi berniniani) e la chiusura del ponte voluto da Pio IX; Vittorio Casale, docente alla Terza Università di Roma, spiega i modelli di Marco Benefial per la chiesa di Fiorenzuola e di Courtois per quel Sant'Andrea che, da parte dei gesuiti, valse a Bernini la fornitura del pane quotidiano; riafferma il «ruolo di cenacolo» della collezione, e «l'importanza internazionale che ora Palazzo Chigi assume, autentico museo dei contesti per il Barocco romano». Lemme, mentre va dal notaio a firmare l'atto, invita «a una cena di amici: saluteremo i quadri in casa, prima che se ne vadano».
Il Barocco val bene un museo
Il docente e avvocato Fabrizio Lemme ha donato 128 dipinti al Palazzo Chigi di Ariccia, un museo del Barocco romano. La donazione è la più grande da molti anni. I dipinti sono stati acquistati da Lemme in diverse epoche, tra cui nel 1966, e includono opere di artisti come Orazio Gentileschi, Cavalier d'Arpino e Maratta. La raccolta è stata formata con l'aiuto di storici dell'arte e funzionari di soprintendenza, e include anche preparatori di opere famose. La donazione è stata accettata dal sindaco di Ariccia e annunciate una mostra e una fondazione per valorizzare la collezione.
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