Gli archivi dei "predoni dell'arte perduta", i depositi dell'archeologia saccheggiata: i carabinieri del Comando per la Tutela del patrimonio artistico, nel quadro delle indagini e delle rogatorie del pm di Roma Paolo Ferri, ne hanno sequestrati un paio davvero formidabili. A Basilea, quello di Gianfranco Becchina: settemila opere in cinque magazzini e cinque dvd di documenti, registri contabili, foto: il materiale della sua ditta Antique Kunst Palladium; e nel Porto franco di Ginevra, invece, quello di Edition services, che faceva capo a Giacomo Medici: anche qui, gli inventari citano oltre 2.000 reperti e infiniti documenti. Medici riceveva ospiti e clienti in uno dei quattro locali: tre armadi pieni di vasi apuli ed etruschi, c'era anche un tavolone di vetro, retto da un antico capitello corinzio. Trafugato, dice l'inchiesta, da Villa Celimontana, a Roma. di FABIO ISMAN FOSSE una trasmissione tv, si potrebbe chiamare Tutto il "tombarolo" minuto per minuto, oppure Lo scavo in diretta: non molti anni fa, al confine tra Boscoreale e Pompei, una zona carica di storia e zeppa di reperti archeologici, i carabinieri per la Tutela del Patrimonio artistico a lungo intercettano le telefonate dei protagonisti dell'indagine chiamata "Operazione Pandora"; e vivono - nei rapporti che, ogni giorno e da apparecchi rigorosamente pubblici, chi scavava faceva ai propri capi, su quanto era successo la notte prima, e sui problemi che l'ardua impresa implicava - un tentativo di saccheggio dei più arditi. A dieci metri di profondità, una galleria lunga ben 80 metri, con «puntelli, architravi, lampade»; alta quanto basta a «far passare uno in piedi con la carriola». Non è l'unico scavo sotterraneo illustrato nelle inchieste del "processo Getty", in corso a Roma contro Rober Bob Hecht, un mercante internazionale tra i maggiori, base a Parigi, e Marion True, l'ex curator del museo californiano. A Giacomo Medici, il "trafficante" di Cerveteri condannato in primo grado a 10 anni di carcere ed altrettanti milioni di euro da rifondere allo Stato per i danni arrecati, nel deposito di Ginevra in Punto franco, sono stati per esempio sequestrate tre intere pareti di affreschi pompeiani del Terzo Stile, dipinti verso il 40 a.C., e restaurati, a Zurigo, da Fritz e Harry Burki, padre e figlio, forse del valore di 25 milioni di dollari; però, Medici ne ha anche le foto scattate proprio mentre lo scavo si sta svolgendo: quando il Pm Paolo Ferri le ha viste, non ha trattenuto un motto di autentico raccapriccio. E nel processo contro Orazio Di Simone ed altri nove suoi complici, appena aperto a Roma, c'è la traccia di un'altra galleria: Raffele De Monticelli, "tombarolo" dei più noti nel Sud, viene colto pressoché in flagrante. Da un garage, ha aperto un tunnel, «con puntelli e carrelli scorrevoli», che si dirige «verso l'area di Scrimbia, ricca di reperti archeologici»: in Calabria, vicino a Vibo Valentia, dove, dal VII al IV secolo avanti Cristo, si sviluppa un'ampia necropoli, ed esisteva un importante santuario, pieno di reperti votivi. Ma stavolta, siamo in Campania; e ad agire è una squadra di scavatori coordinata da Domenico "Mimmo" Carrella. Orazio Di Simone finanzia lo scavo con 30 milioni (allora si ragionava ancora in lire), e Carrella spiega che «10 o 15 se ne sono andati per le infrastrutture; il resto, per le paghe settimanali delle squadre». De Simone: «Non ti devi preoccupare delle spese; continua a scavare». Poi però manda un suo collaboratore, a verificare di persona: «Hanno per le mani cose pazzesche»; e, per rendere più rapido lo scavo, si installa perfino un montacarichi. Evidentemente, il punto di partenza è al sicuro: forse, nel solito garage, per non dare nell'occhio e non essere scoperti. Lo scavo continua per giorni e giorni. «Ci serve un metal detector»; «arriverà al più presto; però non fare mai più telefonate così, se no, capisci ...»; e i carabinieri, ad ascoltare dall'altro capo del filo. «Hanno ancora altri 12, o 13 metri da fare»; ormai sono giunti «sotto il terreno di un vicino»: la meta, verosimilmente, è una tomba ipogea, o una villa. Di Simone si preoccupa, almeno fino a un certo punto: «Per quelle cose murali», evidentemente affreschi, «c'è una nuova legge, che è uscita in America», e complica le cose; «però, io so lo stesso dove mandarli». Ma intanto, come va questo scavo? «Ieri, abbiamo trovato un piatto, e uno in vetro bianco, ma placcato in oro; e un'oinochoe in bronzo»; «va bene, continuate». Il 6 marzo 2001, Di Simone riceve una telefonata, in cui il "tombarolo" gli fa sentire orgogliosamente il rumore di una ruspa mentre scava; perché i "predatori dell'archeologia perduta" lavorano così: senza alcun riguardo per i contesti e per gli oggetti. Anche uno dei più famosi tra loro, Pietro Casasanta, racconta che, al momento di scoprire la Maschera d'Avorio, il più grande tra i pochissimi reperti crisoelefantini (oro ed avorio) che ci siano pervenuti, ha usato la ruspa; subito dopo, s'è messo a piangere per l'emozione, e ha avvolto il prezioso reperto nella camicia. Proprio come si fa con un neonato. Ma il lavoro dei "tombaroli" e dei trafficanti è pieno di insidie. Ne sa qualcosa anche Orazio Di Simone, che molti dei suoi, non provvisti di particolare fantasia, chiamano «il Coclite». E' vero: con altri cinque, che provengono da tre città diverse, si dà appuntamento all'aeroporto di Fiumicino, dove, nel portabagagli di un'auto al parcheggio multipiano, visiona «un oggetto importantissimo»; vola a Lametia per un «collier con medaglione medievale di cinque centimetri, che è molto bello, ed accompagnato dai suoi pendenti»; a Catania (sempre in aeroporto: lì, gli incontri danno meno nell'occhio), per un «lotto di monete»: eccone otto da Taranto, pagate sette milioni, «bellissime; una con due cavalli, che è delle più belle e nuovissima». E altre, tra i 20 ed i 50 milioni (ancora di lire): «Una da Gela con la quadriga che parla da sola, un fior di conio; quelle col coccio d'orzo, mezzo toro e mezzo del frumento»; un'altra «con le vele, il delfino, con Eros, che conosco bene; e una nuovissima, con un leone». Insieme, anche «due pupetti di 16 e perfino di 18 centimetri, assolutamente arcaici»: due piccole statue, probabilmente in bronzo, chissà di quando. Però, la concorrenza è tanta. E, da qualche tempo, proviene anche dall'Est europeo. C'è la storia di uno che spinge per entrare nel mercato: bisogna spedire, «in Germania, ad un convegno a Monaco, un paio di ragazzi, di quelli speciali». Poi, però, recede: «E' un ex poliziotto dell'Est, ha molti amici»; tuttavia, promette di spiegargli: «Amico bello, ti veniamo a trovare fin sotto terra. Nessuno ha mai vinto con noi nella storia; chi ci si mette, perde». Peccato (o per fortuna), che, alla vigilia del viaggio, Di Simone resti in Spagna, bloccato da un guasto all'aereo. E, anche lì, lo raggiungono le notizie della sua "branda": un potentissimo metal detector, che, allora, lavorava a Randazzo, provincia di Catania; e dello scavo a Pompei-Boscoreale, bloccato da una tempestiva perquisizione dei carabinieri. Finché, anche i "tombaroli" non scoprono l'importanza dei giorni festivi: tre di loro vanno a lavorare, il 2 giugno 2001, Festa della Repubblica, a Butera, in provincia di Caltanissetta; e ad attenderli, ecco i carabinieri. Sequestrano due zaini, con altrettanti metal detector, utensili, picconi; anche la famosa "branda" che, per reggerla, occorrono due persone. Proprio mentre stanno scandagliando «duemila metri quadrati di terreno arato»: ci va di mezzo pure il proprietario del fondo, consenziente. E i "tombaroli", come la prendono? Non sospettano le intercettazioni: «E' colpa di un concorrente; una spiata, perché abbiamo la "branda" più bella di tutte», dicono al telefono (s'intende, sempre pubblico), tra tante imprecazioni e bestemmie. E i carabinieri registrano pure quelle. (4. continua)