Bertelli e Rosenberg: due grandi storici europei dell'arte a confronto Carlo Bertelli e Pierre Rosenberg. Il primo, già direttore della Pinacoteca di Brera; l'altro già direttore e presidente del Louvre, ma entrambi osservatori attenti dell'arte del nostro tempo, discutono sull'arte del XX secolo per i lettori del Corriere. BERTELLI Poiché entrambi ci occupiamo da tempo della storia dell'arte in tempi lontani, non possiamo non confrontarci con l'arte presente portandovi la nostra esperienza del passato. Il passato non è stato lineare come una certa retorica consolatoria lo immagina. Pensiamo all'iconoclastia bizantina, all'iconoclastia protestante del XVI secolo... Forse queste tendenze estreme si riflettono anche nell'esperienza artistica del XX secolo? Penso alla pittura monocromatica, all'Art Language. O forse la differenza fondamentale, rispetto alle iconoclastie del passato, sta nel fatto che la rinuncia alla rappresentazione non è dovuta ad un'imposizione esterna? Lorenzo Ghiberti attribuiva la fine dell'arte antica ai cristiani. Come divieto, ma anche come sentimento interiore. L'attacco nazista all'Eentartete Kunst («arte degenerata» ) è stato una manna per i musei americani e svizzeri che si sono riforniti delle opere rifiutate dalla Germania. Si trattava di dipinti e sculture che non era difficile esporre nelle sale dei nostri musei. Ma che cosa succede con le installazioni, con il gigantismo di tante opere attuali? ROSENBERG È radicalmente cambiato il rapporto della produzione artistica con il pubblico. Un tempo gli artisti lavoravano per le chiese. Accettavano di esser pagati poco perché il «ritorno» era l'esposizione al pubblico delle loro opere. Dall'800 le cose hanno cominciato a cambiare. Come diceva Malraux, i musei sono le cattedrali di oggi, e gli artisti lavorano per queste nuove «cattedrali». Le dimensioni delle opere, l'invenzione di un «genere» nuovo, come le installazioni, le contaminazioni con il film, la fotografia, talvolta anche la botanica, fanno parte di un orientamento verso il museo, assai lontano dal carattere privato che la produzione artistica aveva in prevalenza sino a pochi decenni or sono. B. Il XX secolo ci appare percorso da profonde nostalgie. Da Puvis de Chavannes al retour à l'orche dei tardi anni Venti, ai citazionisti degli anni Settanta... Certo anche in passato vi sono stati ritorni, ma non erano mai conclusivi. Annibale Carracci ritornava a Raffaello, ma non per ripeterlo. Mi sembra, invece, che nel XX secolo i ritorni siano stati fine a se stessi e senza conseguenze. R. In passato, l'arte rispondeva a certi requisiti, che erano requisiti tecnici. Occorreva conoscere il disegno, conoscere le tecniche della pittura, della fusione, della modellazione... Oggi la musica ha ancora bisogno delle sue conoscenze tecniche, la scrittura lavora sulle parole, sulla grammatica e la sintassi. Non è così per le arti plastiche, che sono uscite da qualunque regola. I ritorni del XX secolo erano ripensamenti sulla strada dell'espressione, desiderio di confrontarsi di nuovo con l'esperienza propria del fare arte, come era sempre stato. Oggi diventa difficile giudicare un'arte che non ha regole. È difficile il passaggio dallo storico, che lavora sul passato, e quindi su epoche in cui esistevano le regole, al critico d'arte. Il critico ha una grande libertà, ma si assume il vincolo di una forte responsabilità di giudizio. B. I valori d'asta dei contemporanei non mancano di sbalordirci. Difficilmente Rembrandt potrà competere sul mercato con Rothko. Perché? Perché il capitale Rembrandt è già in parte ammortizzato, o per altre ragioni? R. Un Rembrandt non è un Rothko anche perché un grande dipinto di Rothko non potrà mai stare dentro una stanza di un appartamento privato. Avrà sempre bi-sogno,per essere apprezzato, di uno spazio predisposto. Di conseguenza l'investimento su di un Rothko presuppone altri investimenti di grande responsabilità finanziaria. B. Walter Benjamin asserì che la riproducibilità meccanica dell'immagine toglieva a questa la sua unicità. Sembra che la ripetizione abbia sortito nel XX secolo un altro effetto. È ora la ripetizione dell'immagine in ogni luogo e con ogni mezzo, che le ha dato l'autorità dell'icona. Anche le icone bizantine si distinguono per la loro ripetitività e non è dalla loro unicità che discende la loro «aura». Mi sembra che l'arte pop abbia lavorato proprio scardinando questo teorema di Benjamin. R. L'arte pop ha insistito sul carattere pubblico della produzione artistica, affrontando la nuova realtà che interrompeva il dialogo privato tra l'artista e il collezionista, che era stato il rapporto privilegiato da quando la committenza pubblica non era più assicurata dalla Chiesa. B. Le frontiere del bello. Da molto tempo beaux-arts e arte sono stati sinonimi. Oggi non è più così. Il corpo umano, che era la più completa espressione del bello per i Greci, è stato ferito e reificato dalla body art, contemplato nonostante le muti-lazioni da Quinn, ridotto da corps en morceaux a morceaux du corps. Damien Hirst propone animali (non ancora uomini!) affettati e conservati in formalina. Forse lan presenza dell'orrore invita ad avvertire l'assenza del bello? R. Il bello era stato, per così dire, istituito. Oggi gli artisti pensano di poter suscitare emozioni profonde al di fuori dei canoni estetici. Poiché anche l'idea del bello fa parte delle regole, di quelle regole che vivono nella letteratura e nella musica, ma non più nelle arti plastiche. B. Mi sembra che possiamo consegnare ai lettori un messaggio piuttosto complesso. Il XX secolo ha dilatato i confini dell'arte, facendo appello a sentimenti, impulsi, emozioni che sono al di fuori dei codici di comunicazione tradizionali. Forse in anticipo sui tempi, gli artisti del XX secolo hanno percepito la profondità del cambiamento in corso.