Di mestiere fa la funzionaria di zona della soprintendenza per i beni storico-artistici del territorio delle province di Firenze, Prato e Pistoia. Oggi la sua competenza abbraccia 4 comuni del Valdarno, 5 del Chianti, la città di Pistoia e, come se non bastasse, il quartiere di Santa Maria Novella a Firenze. Caterina Caneva è nell'amministrazione dello Stato da una vita. Potrebbe già andare in pensione ma a chi le chiede esattamente quando passerà la mano, lei diventa evasiva. Originaria di Vicenza ma ormai fiorentina a tutti gli effetti, Caneva ha sempre svolto con grande serietà il proprio lavoro: è stata vicedirettrice della Galleria degli Uffizi fino al 2002 quando poi decise di passare alla neonata soprintendenza dedicata ai beni del territorio. In effetti sono 25 anni che si occupa del Valdarno ed è per questo che è toccato a lei il compito di curare «Rinascimento in Valdarno», la mostra sotto l'egida di «Piccoli, grandi musei» finanziata dall'Ente Cassa di Risparmio di Firenze e «spalmata» in 5 musei del Valdarno fiorentino e aretino dove, fino al 25 novembre, sono messe in suggestivo confronto opere di Giotto, Beato Angelico, Masaccio, Andrea Della Robbia e Domenico Ghirlandaio. E scusate se è poco. Questa terza edizione di «Piccoli, grandi musei» vede protagonista il «suo» Valdarno... In effetti la paternità del progetto è dell'ex-soprintendente Paolucci, che ha lavorato tanto sul territorio. A lui si deve l'idea del museo diffuso che, una volta recepita dall'Ente Cassa, ha dato vita a una serie di mostre sul territorio. Dopo quelle dedicate ai musei del Chianti e della Valdelsa, adesso siamo alla terza edizione, la prima curata interamente da me. D'altronde in 25 anni di azione in Valdarno, ho all'attivo circa 200 restauri e l'apertura di due musei nel territorio comunale di Reggello: a Cascia e a Vallombrosa. Così come mi sono occupata del rinnovamento di quello di Figline Valdarno. Perché per valorizzare i musei di provincia occorre trasportavi opere provenienti dalla città? Molti di questi musei inaugurati negli anni '80, raccolgono opere che non possono essere lasciate nelle chiese o in edifici a rischio. Allora si è pensato di aprire questi luoghi d'arte col duplice scopo di tutelare e valorizzare queste opere. L'operazione si è svolta con entusiasmo, ma nonostante questo erano poco frequentati per pigrizia del pubblico e per la poca informazione. Allora è iniziata una politica di comunicazione che legasse questi musei, ad esempio, a itinerari anche gastronomici e di scoperta delle bellezze del territorio. Poi è nata l'idea delle mostre che, negli stessi musei di provincia, ospita e mette a confronto, per così dire, opere cittadine e opere d campagna, che risultano di pari valore. Si tratta di un momento educativo importante, valido anche perle scuole. Si è ottenuto, insomma, che l'opera trasportata fuori sede, assuma un aspetto nuovo e finisca con l'avvantaggiare tutti. E i risultati? Dove abbiamo intrapreso questa iniziativa è stato registrato un incremento delle visite che è proseguito anche dopo. Credo sarebbe necessario che i musei facessero qualcosa di stimolante tutti gli anni. É vero che talvolta si tratta di prestiti onerosi ma si mettono in moto confronti straordinari, impossibili da fare altrove. E pensare che qualcuno vorrebbe chiudere i musei di provincia perché poco frequentati. Questi luoghi d'arte non possono diventare depositi di opere invisibili. I comuni per primi investono nei musei locali, magari piccole cifre ma le investono. Se queste le affianchiamo a risorse di derivazione privata, possiamo lavorare bene. D'altronde il futuro è nel privato che sponsorizza la cultura. A noi spetta la salvaguardia di tutela e controllo. Funzionano per questo gli uffici catalogo delle soprintendenze per tenere sotto controllo per presenze artisti che del territorio. La soprintendenza per i beni storico-artistici del territorio è indispensabile: lo dico in un momento in cui il futuro, per noi che vi lavoriamo, non è chiaro. Si lavora mèglio o peggio rispetto a una volta? I tempi di risposta del passato ce li possiamo scordare. Abbiamo mezzi limitati. Io lavoro con una stagista che sta con me 6 mesi. Poi cambia e mi tocca ricominciar daccapo. Quindi ben vengano aiuti privati. Nel nostro caso, sia chiaro, la passione sopperisce a tutto, ma alla fine si rischia di far la figura dei bischeri. Lavorare anche 20 ore al giorno a costo zero non è possibile se manca la passione. Perché lasciò gli Uffizi per dedicarsi al territorio? Perché mi ero stancata. Vedevo più autonomia nei rapporti sul territorio e volevo sentirmi più responsabile. Per quanto mi riguarda sono rifiorita. É stata una scelta fatta con coscienza. E con la pensione che succede? Vedremo. Mi sono occupata di restauri, di allestimento di musei, di mostre. Ho grande esperienza e vorrei continuare a rimanere in questo ambiente. Altrimenti ho sempre da scrivere, fare teatro e, perché no, dormire un po' di più la mattina.