Uno dei modi per tener viva la memoria storica e rafforzare l'identità nazionale è stato, a partire dall'Ottocento, nei maggiori paesi europei, la pubblicazione, da parte di istituti storici nazionali, di "fonti", indispensabili alla conoscenza e alla ricostruzione della storia di una nazione. In Italia presso tre Istituti storici (l'Istituto storico italiano per il Medio Evo, quello per la Storia moderna e contemporanea e quello per la Storia antica) funzionano da oltre 70 anni delle "Scuole" nelle quali, sotto la guida di esperti cattedratici, studiosi qualificati procedono alla pubblicazioni di "fonti" che, per i primi due Istituti, si riferiscono alla storia d'Italia. Questi studiosi sono professori di scuole secondarie, archivisti e bibliotecari che, previo regolare concorso pubblico, possono essere "comandati" presso le scuole storiche per una durata di 34 anni durante i quali lavorano per la pubblicazione di fonti. Così sono stati pubblicati, per fare qualche esempio, i carteggi di Guicciardini e quelli di Bettino Ricasoli, le relazioni degli ambasciatori veneti, genovesi o sabaudi; le nunziature di Venezia, di Napoli, di Savoia, di Colonia, di Varsavia e così via. E gli "alunni" di quelle scuole sono diventati assai spesso studiosi di altissimo livello. Gli Istituti storici sono riusciti a mandare avanti questa attività perché gli studiosi erano "comandati" (e quindi pagati dalle amministrazioni di appartenenza) e sugli Istituti gravavano solo le spese di pubblicazione. Ora basandosi sulla Legge 448 del 1998 e sul Decreto legislativo 165 del 2001, il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ha stabilito che gli oneri relativi al trattamento economico e previdenziale del personale comandato debba ricadere sugli Istituti storici. Analogamente dovrebbero ricadere sulla Giunta centrale per gli studi storici gli oneri del personale comandato per redigere la Bibliografia storica nazionale, che è stampata annualmente e che dal prossimo anno sarà messa in rete. Non vorrei sollevare qui il problema della applicabilità delle norme appena ricordate ai comandi speciali , come sono i comandi presso gli Istituti storici e presso la Giunta centrale, del tutto diversi dagli altri comandi perché prevedono un concorso pubblico e perché non mirano a fornire personale a un'amministrazione che ne ha bisogno, ma assolvono ad una funzione specifica, la ricerca storica. Vorrei, invece, porre un problema politico nel senso più alto del termine: è possibile chiedere agli Istituti di pagare i "comandati" quando si sa che non hanno la materiale possibilità di farlo, perché il modestissimo contributo dello Stato dalla metà degli anni Novanta (a parte il diminuito potere della moneta) si è progressivamente ridotto? Cioè è possibile da un lato ridurre i contributi e dall'altro gravare di "nuovi" oneri gli Istituti storici? Applicare le norme generali sui comandi agli Istituti storici comporta necessariamente la chiusura della "scuole storiche" che hanno assolto ed assolvono, con costi veramente irrisori (i comandi dovrebbero essere tre per ogni Istituto) ad una insostituibile funzione. Gli effetti sarebbero assai gravi e non tarderebbero a farsi sentire indebolendo la nostra posizione anche nel confronto con gli storici europei ed extraeuropei.