«L'architetto è un animale onnivoro, che riempie continuamente il suo cantiere di idee e di argomenti... Da una parte il gusto dell'espolorazione, della frontiera, il non accettare mai le cose così come si presentano: un approccio disubbidiente, trasgressivo, anche un po' insolente. Dall'altra parte, una gratitudine vera, non rituale, verso la storia e verso la natura; i due contesti in cui l'architetto affonda le sue radici. Forse questa doppia vita è l'essenza di quello che si potrebbe definire un possibile approccio umanistico, oggi». Con queste parole Renzo Piano offre una chiave per introdurci nei meandri della sua lunga e affascinante avventura ideativa. «Nemo propheta in patria» è un vecchio adagio che la Triennale di Milano prova finalmente a smentire con l'ampia e ben articolata mostra dedicata alla sua opera. Il cosiddetto «Vulcano Buono», l'opera che sta realizzando al Cis di Nola, martedì sarà visitato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Oggi a Napoli gli verrà attribuito il premio Sebetia. Nel corso del tempo Renzo Piano è diventato cittadino del mondo. Ha costruito architetture esemplari in luoghi disseminati in tutte le latitudini: dall'America all'Australia, dal Nord al Sud, dall'Occidente all'Oriente. Tuttavia permane un legame profondo e indissolubile con la sua terra natale: non solo con Genova, dove ha ancorato la sua «bottega» a Punta Nave, ma anche con Milano, dove si è laureato nel 1964, sotto la guida di maestri quali Ernesto Rogers, Giancarlo De Carlo e Marco Zanuso. Quando nei primi anni Settanta si impose all'attenzione internazionale vincendo, in tandem con Richard Rogers, il concorso del «Centre Pompidou» a Parigi, Renzo Piano apparve un outsider rispetto alla cultura architettonica italiana di quegli anni. Quella dirompente e colorata macchina espositiva fu interpretata come un frammento realizzato delle utopie avveniristiche caldeggiate dagli Archigram, da Reyner Banham, da Peter Rice ed altri architetti anglosassoni. Nonostante lo straordinario successo di quel gioioso gadget tecnologico - che a tutt'oggi compete con la Tour Eiffel nel primato di architettura-simbolo del turismo di massa - la critica più esigente sospese il giudizio in attesa di successive conferme. Il tempo poi ha dimostrato che Renzo Piano è uno dei più grandi architetti viventi. La qualità più straordinaria del lavoro di Renzo Piano sta nella varietà delle invenzioni, inanellate dal filo rosso di una coerente poetica razionale, che non indugia però mai nella pigrizia della ripetizione. Mentre altri architetti hanno raggiunto la loro affermazione puntando sulla griffe, ovvero sulla cifra stilistica autobiografica riconoscibile in qualsivoglia contesto, Renzo Piano ha scelto invece la più difficile e paziente ricerca del design by circumstance. È il luogo che detta le regole del gioco. Le forme delle architetture di Piano rappresentano l'esito finale di un processo ideativo che riparte ogni volta da zero, provando a dare risposte logiche alle attese della committenza in quel dato contesto. La stessa scelta delle tecnologie - alle quali lui presta notevole attenzione, sulla scia di Jean Prouvé - deriva sempre da un criterio di adeguatezza al tema, alla natura e alla storia dell'ambiente. Si pensi al museo della Menil Foudation a Houston ('82-'87), che riadotta all'esterno il rivestimento a doghe di cipresso della tradizione costruttiva texana, mentre all'interno cattura la luce zenitale, filtrandola con la sagoma fitomorfica dei bianchi elementi modulari in ferro-cemento. Non meno significativi sono le case di Rue de Meuax a Parigi ('87-'91) , dove la pelle rossa «re-inventa» la terracotta per adeguarla alla moderna parete ventilata; lo stadio San Nicola a Bari ('88-'90) con i suoi suggestivi petali monocromatici in cemento; o il recente Zentrum Paul Klee a Berna (2005-2006) giocato sulle tre onde di vetro che ridisegnano il paesaggio. Emblematico dell'armonico rapporto tra testo e contesto resta per altri versi il Centro culturale Jean-Marie Tjibaou in Nuova Caledonia: per celebrare la memoria del leader indipendentista (assassinato nel 1989), Piano ha ideato, in questa splendida laguna immersa agli estremi confini meridionali del Pacifico, dieci onirici gusci lignei, che evocano le antiche capanne della comunità kanak, adornate dal suono del vento oceanico che, penetrando tra le doghe di iroko, produce un fruscio simile alle vibrazioni dei rami degli alberi. La poeticità di tali opere non deve tuttavia indurre all'equivoco di ritenere Renzo Piano un naturalista ostile alla tecnica del nostro tempo. Anzi. In contesti diversi, lo stesso architetto si è distinto come punta di diamante delle più avanzate innovazioni tecnologiche. Valgano ad esempio l'aeroporto di Kansai ('88-'94) che ha dato luogo alla realizzazione di una isola artificiale nella Baia di Osaka o il Ponte di Kumamoto ('89-'96) che sorvola l'arcipelago di Ushibuka con un'ardita ingegneria strutturale. A queste invenzioni giapponesi fa riscontro un radicale ripensamento del grattacielo, ridisegnato per le metropoli contemporanee in una maniera del tutto nuova rispetto all'originario idealtipo americano. Le Torri di Sidney (1997-2000) hanno ridisegnato con le loro variegate sagome curvilinee lo skyline della città autrialiana, così come sono in via di completamento la nuova sede del «New York Times» a New York, che ingloba nel ventre di vetro piazze e giardini pensili a varie quote, e la London Bridge Tower. Con la sua altezza di oltre trecento metri la torre londinese sarà il grattacielo più alto d'Europa e, al tempo stesso, l'emblema di una nuova estetica del sublime. Simile un colossale obelisco di cristallo, la torre si protenderà verso il cielo, specchiando sulle rifrangenti pareti la luce solare. A Napoli, Piano ha realizzato nel Centro direzionale gli uffici dell'Olivetti ('87-'88), mentre ha lasciato sulla carta il progetto per il Centro di divulgazione archeologica a Pompei ('87-'88). In compenso sta per essere terminata una delle sue opere esemplari, ovvero il grande Centro commerciale di Nola. Ormai noto come il «Vulcano Buono», in questo disegno Renzo Piano ha saputo ricondurre alla chiarezza di un'icona simbolica la complessa conformazione di uno spazio plurifunzionale ruotante intorno ad una grande piazza alberata. Forse è azzardato paragonare Renzo Piano a Brunelleschi o a Leonardo (come talvolta è stato scritto). È fin troppo evidente la diversità delle coordinate storiche. Eppure, l'analogia coglie il minimo comun denominatore di esperienze, tanto lontane nel tempo, quanto assimilabili per la capacità di produrre avanzamenti della cultura architettonica scegliendo come vera scuola il cantiere, più che la saggistica teorica. «L'architetto - ha chiarito Auguste Perret - è un poeta che pensa e parla con le costruzioni». E chi sa se da questa concretezza del saper fare non possa scaturire un nuovo umanesimo