Seconda campagna di immersioni alla ricerca di reperti archeologici sul fondo L'Adige ha risolto un mistero Ronco. L'Adige restituisce pezzi di storia e, forse, aiuta a risolvere anche un mistero. Potrebbero infatti essere i resti dell'antichissima chiesa di San Fermo in Nono quelli scoperti dagli archeologi subacquei che hanno condotto la seconda immersione all'altezza della pieve dei Santi Filippo e Giacomo di Scardevara. I sommozzatori hanno scandagliato quel tratto del fiume trovando fondamenta e resti di muratura di una struttura medioevale precedente il Rinascimento. «Per ora non è possibile dire di più - racconta Gianni Rigodanzo, dell'associazione Adige nostro, che ha condotto l'immersione assieme ai sub della cooperativa di archeologia subacquea Metamauco di Padova - Abbiamo fatto le foto che ora verranno studiate. A prima vista dovrebbero essere i resti di un insediamento medioevale: un piccolo abitato lungo la sponde dell'Adige con una chiesa. Vista la collocazione tra l'abitato di Scardevara e l'antico insediamento di Zerpa a Belfiore, proprio in mezzo al corso dell'Adige, potrebbero essere dell'antica pieve di San Fermo in Nono, citata più volte sui documenti antichi ma scomparsa durante una non meglio identificata piena e fino ad oggi mai collocata con esattezza». Lo storico locale Ernesto Santi, nelle proprie ricerche, più volte si è imbattuto in documenti antichi che descrivono località abitate lungo e nel corso del fiume quando non vi era una regimentazione. In essi si trova citata Insula Stanphi: forse un'isola perduta in mezzo al letto atesino. Su di essa o nei paraggi doveva sorgere un'antica chiesa, databile tra l'VIII e il IX secolo, intitolata appunto a San Fermo in Nono: non se ne sa molto di più, se non che doveva trovarsi tra Zevio ed Albaredo. «Ora consegneremo tutto quanto abbiamo trovato al Nucleo di archeologia subacquea Italia centro e Alto Adriatico di Venezia, che condurrà approfonditi studi per verificare la nostra ipotesi», sottolinea Rigodanzo. Oltre ai resti urbani i sommozzatori hanno trovato anche quelli di un sandone in legno di cipresso: «Si tratta dei battelli sui quali venivano montati i mulini ad acqua, rimasti attivi per secoli lungo tutto il corso dell'Adige», spiega il volontario. I sub hanno portato in superficie diversi frammenti e reperti di varie epoche. I più antichi sono cocci di vasellame dell'età del bronzo. Poi un peso e due pezzi di embrici di età romana: si tratta delle tegole di terracotta che rivestivano i tetti delle case dai romane all'alto medioevo. Sono stati recuperati anche pezzi di vasi, olle e ceramiche decorate databili dal Quattrocento al Cinquecento, altri cocci del Seicento e anche del Settecento. Infine è riemersa anche una grossa scheggia di bomba d'aereo della seconda guerra mondiale. «La provenienza di questo materiale è triplice - evidenzia Rigodanzo - Può essere stato materiale costruito sul posto e magari scartato, soprattutto quello di argilla e terracotta. Oppure è vasellame di uso comune degli abitanti che vivevano sulle sponde dell'Adige: qui a lungo sono sorti insediamenti di vario tipo, da porti fluviali a veri e propri centri abitati. Altrimenti può essere materiale trasportato dalla corrente del fiume, soprattutto durante le piene». Questa è la seconda indagine che il ministero per le Attività culturali ha autorizzato all'associazione albaretana «Adige nostro» e alla cooperativa «Metamauco» ed è stata finanziata dall'amministrazione ronchesana. La prima immersione era avvenuta all'altezza dell'antico abitato del capoluogo, dove erano state rinvenute soprattutto armi ed utensili. «Tutto materiale che sarà esposto al museo della civiltà dell'Adige di Albaredo - conclude Rigodanzo - Ma non è detto che alcuni reperti non possano venire messi in bacheche ed esposti anche in municipio. Continueremo nei sondaggi subacquei: la prossima immersione in Adige è prevista in località Motta di Albaredo».