In queste ore è in atto un braccio di ferro durissimo tra An e il ministro Giulio Tremonti. Si susseguono vertici, incontri e telefonate: i toni non sono sempre cordiali, anzi non lo sono affatto. Al ministero del Tesoro si andrà avanti per tutta la notte: il decreto legge sul condono edilizio È in dirittura d'arrivo, questione di ore. Tutto deve terminare prima del viaggio del ministro, in programma per venerdì. Mentre impazza la polemica il ministro per i beni culturali, Giulio Urbani lancia la sua controproposta, un disperato tentativo di trovare soldi a tutti costi: rinunciamo al condono e vendiamo i beni demaniali che saranno considerati alienabili. L'opposizione è insorta: è una follia. Giovanna Melandri, ds, parla di «tanti piccoli apprendisti stregoni». Intanto nella maggioranza si continua a litigare su due ipotesi: da una parte i ministri Urbani (che cerca di salvare il salvabile), Matteoli e Lunardi spingono per la formula mini (solo abusi commessi all'interno delle abitazioni) che dovrebbe portare nelle casse dello Stato un gettito di circa 1,5 miliardi di euro e il vantaggio «di non comportare spese di urbanizzazione per i comuni», come hanno spiegato; dall'altra Giulio Tremonti che ha bisogno di almeno il doppio della cifra. In mezzo ci sono il vicepremier Gianfranco Fini che ha rimandato il question time per evidente stato confusionale del governo e l'ipotesi che sta prendendo corpo in queste ore. Una mediazione: riapertura del condono del 1994, che prevede la possibilità di sanare ampliamenti fino ad un massimo di 250 metri quadrati e 750 metri cubi, un bonus del 10 da destinare ai Comuni, esclusione degli abusi nati per fini «chiaramente speculativi» e un gettito di circa 2 miliardi di euro. Si discute ancora su due aspetti di questa opzione: se inserire i manufatti interamente abusivi (dalla Sicilia, come raccontano fonti vicine al governo, stanno arrivando pressioni fortissime per inserire anche interi manufatti nel decreto legge) e le aree demaniali. Si sta studiando anche se far sborsare soltanto 100 euro a metro quadrato o inserire una penale di 500 euro a prescindere dall'entità dell'abuso. Dentro Forza Italia, intanto, cresce il malcontento anche se nessuno osa contraddire apertamente il capo: il decreto legge non è lo strumento adatto. Ma sarà quello adottato. Oggi ne sapremo di più, forse il governo spiegherà anche questa ipotesi di utilizzare il telespazio per monitorare il territorio dell'intera penisola per evitare abusi dell'ultima ora. È una contraddizione in termini, ma tant'è. Ieri sera, nel frattempo il viceministro per le In-frastrutture Ugo Martinat, che ha un grande senso dell'umorismo, ha spiegato che «non è vero che il condono, misura di necessità, sanerà i grandi abusi. Nessuno di noi - ha detto - intende legalizzarli. Nel condono che il governo si appresta a varare c'è un fatto di giustizia.... Pensiamo di utilizzare gli stessi criteri del condono del 1994, che prevedeva di sanare abusi fino a 250 metri quadrati e 750 metri cubi di volume». Per questo, aggiunge, il presidente della Campania Antonio Bassoli-no, «dovrebbe informarsi bene prima di annunciare ricorsi alla Corte costituzionale». Mentre il governo cerca di arrampicarsi sugli specchi per far passare per buono .il provvedimento destinato a deturpare il territorio, i comuni si confrontano sui fatti, figli del primo condono Craxi e del secondo condono Berlusconi, in previsione del terzo. Ieri si sono incontrati per discuterne nel corso del convegno «No al condono». Il dato drammatico - ha spiegato Fabio Melilli, vicepresidente dell'Anci - è che al Sud i condoni del 1985 e del 1994 sono ancora fermi all'80, con un sostanziale incartamento della pubblica amministrazione. Il danno ulteriore, poi, «è che non riusciamo dal governo nemmeno a farci dire a cosa serve la cassa. Ci tagliano le risorse, arriverà una finanziaria di lacrime e sangue e poi noi dobbiamo rinvestire risorse sui danni del governo». Di fronte a questo disastro si stanno organizzando «per mettere in piedi leggi regionali e regolamenti comunali, per dare il senso di incostituzionalità delle norme del governo». Una parte dello Stato si difende dall'attacco di un'altra parte dello Stato. È un prodotto tipico del governo Berlusconi. Le associazioni ambientaliste hanno messo uno dietro l'altro i numeri del disastro economico provocato dai precedenti condoni: nel 1985 l'evasio-ne fiscale sugli immobili era di 18mila miliardi di lire, con il condono lo Stato ne ricavò soltanto la metà. Con il provvedimento del 1994 i dati ufficiali del Comune di Roma raccontano che, a fronte di introiti dei due condoni, pari a 477 milioni di euro, c'è stata una spesa del Comune in opere di urbanizzazione pari a 2,992 milioni di euro. Sei volte tanto. Pierluigi Mantini, docente di diritto urbanistico dell'Università di Milano, ha sottolineato un altro aspetto della questione: la legittimità costituzionale. Anche lui, come Alessandro Pace, ritiene che non ci siano i margini. «Se si vuole procedere a un minicondono che non preveda aumenti di volumetrie si va ad interferire con la competenza urbanistica delle Regioni; se si pensa ad un condono che sana una costruzione illegale la violazione non è soltanto amministrativa ma anche penale e, di conseguenza, non si tratta solo di condono, ma di "amnistia impropria"». L'opposizione si prepara, con gli ambientalisti, ad una manifestazione nazionale, i Comuni e le Province (compresi quelli di Roma) votano ordini del giorno impegnandosi a contrastare nuovi abusivismi, mattoni «di protesta» vengono esposti davanti al Parlamento dai Verdi e dalla Lipu, Walter Veltroni lancia una sfida: oggi le ruspe butteranno giù una costruzione abusiva in via degli Aliscafi all'idroscalo.