L'uscita la bozza di legge governativa sul teatro e lo spettacolo dal vivo pensata dal sottosegretario alla Cultura, la diessina Elena Montecchi, e subito il centrosinistra s'è trovato diviso. Stefania Brai, responsabile per la cultura e lo spettacolo di Rifondazione assicura che la riforma così com'è non passerà. «La cultura è un bene pubblico non privatizzabile. Come l'acqua», avverte la dirigente di Rifondazione. Idem sentire dalle parti dei Comunisti italiani che con Paola Pellegrini parlano di «negazione dell'autonomia e della libertà. Questa legge rappresenta un'operazione di stabilizzazione, di gestione del potere attraverso la gestione dei soldi». Le genti di teatro hanno raccolto le firme, circa seicento, e si sono riunite alla Sala Umberto di Roma l'altro giorno. Della bozza respingono soprattutto due cose, legate fra loro: la regionalizzazione della scena nazionale e la scomparsa del Fondo unico dello spettacolo che permette a tutto il sistema di sopravvivere. I soldi del Fus verrebbero trasferiti alle Regioni. Hanno gridato forte gli artisti di prosa, attori, registi, organizzatori, autori, su questa idea: «Cresceranno le oligarchie, le lobby - prevede Benedetta Buccellato, segretario dell'associazione "Per il teatro italiano" -. In questa bozza abbondano le parole "festival" e "grandi eventi". Ma questi governanti avrebbero dovuto ascoltarci e capire quali sono i problemi reali. Ci è stato negato il dibattito. Siamo angosciati, preoccupati, indignati». Infatti gira la paura che alle Regioni venga concessa una sorta di autorizzazione ad aumentare il già insopportabile livello di clientelismo e di affarismo che inquina la vita teatrale nazionale. I teatranti però denunciano anche un problema di metodo di fronte a una legge che giudicano scritta fuor di conoscenza della situazione attuale dei nostri palcoscenici. Infatti non si riesce a trovare nessuno, artista, organizzatore o comunque operatore del settore a vario titolo, che sia stato interpellato dal ministero per un consulto, un parere, un consiglio, un'indicazione, un suggerimento, finanche un sussurro amichevole su quanto fare e non fare. Tuttavia il sottosegretario Montecchi non respinge il dialogo, lo rimanda e chiarisce che la bozza della legge è «oggetto di confronto con le associazioni di categoria, le Regioni, gli enti locali e ovviamente anche il vasto mondo dei lavoratori». Altra contestazione: gli enti lirici, che resterebbero di competenza del governo centrale, scelta vista come una contraddizione: lo Stato si terrebbe queste tredici gigantesche macchine succhiasoldi, che da sole inghiottono quasi il 50 per cento del Fus, e si sbarazzerebbe del relativamente poco costoso sistema teatrale. A proposito di quattrini, quelli dell'Associazione per il teatro italiano, riconosciuti dal centrosinistra come interlocutori credibili, visto che furono chiamati alla stesura del programma dell'Unione in tema di spettacolo dal vivo, ricordano che «di fronte ai meno di 100 milioni di euro della quota Fus per il teatro italiano di prosa, ci sono i 150 milioni che il governo francese stanzia per la sola Comédie-Française». Tanto per fare la solita magra figura con Parigi, come in ambito cinematografico, basta ricordare che la République riserva al solo spettacolo dal vivo 635 milioni di euro. La Repubblica invece tira fuori 441 milioni per quest'anno e 486 previsti per il 2008, soldi che per giunta comprendono anche il contributo allo "spettacolo dal morto", come i buontemponi dello show-business chiamano il cinema. Allora, l'associazione ha stilato un decalogo delle necessità e delle urgenze: combattere il lavoro nero e l'e-vasione contributiva; mettere più soldi pubblici nello spettacolo dal vivo per tenere il Paese in Europa (almeno in sud Europa); rilanciare e valorizzare la formazione statale degli artisti; ripulire i teatri pubblici dalle lottizzazioni e dalle scorribande affaristiche e riformarli attraverso nuovi metodi di nomina dei direttori; obbligo per le televisioni di trasmettere e coprodurre spettacoli di teatro e danza; ricostruzione del sistema distributivo; difesa delle sale teatrali medie e piccole, autonomia delle scelte artistiche; riforma delle commissioni ministeriali. Poi naturalmente modifica e potenziamento del Fus. Semplice no? E invece è complicato, anche perché se gli artisti sono fermamente convinti che dietro la bozza ci sia lo zampino di tre regioni - Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana desiderose di foraggiare in primis la produzione culturale locale - al ministero invece gira un'altra idea: Rutelli su questa legge si muove con i piedi di piombo. Sa per esperienza, da ex sindaco di Roma, maggior piazza teatrale d'Italia, quanto chiasso sono capaci di fare gli artisti di palcoscenico, E poi c'è una vecchia superstizione secondo la quale i governi che mettono in cantiere la riforma del teatro e poi non riescono a portarla a termine, sono destinati a cadere o a perdere le elezioni. Quindi il ministro ha mandato il sottosegretario diessino in avanscoperta: se la Montecchi doma i teatranti, Rutelli metterà il proprio cappello sulla legge; se invece lei non ce la fa, lui si alzerà ad affermare che si tratta di una legge troppo regionalista. Prima vivere, indi legiferare