Rassicura, arrotonda, chiarisce, specifica, puntualizza. Il sottosegretario ai Beni Culturali Elena Montecchi, emiliana di Reggio, diessina, il dialogo lo vuole: «Abbiamo adottato il metodo di mandare al Consiglio dei ministri un testo di legge aperto a tutte le osservazioni. Poi ci saranno sei, sette mesi di lavoro fra Camera e Senato. Non è mica la Bibbia o il Talmud. Si può modificare». Infatti i teatranti lo vogliono modificare in tutto e per tutto. Strillano contro regionalizzazione e abolizione del Fus. Noi cerchiamo di fondare costituzionalmente e culturalmente, un circolo di finanziamento pubblico alle politiche dello spettacolo. Tenendo conto obbligatoriamente della riforma del titolo V della Costituzione e di due sentenze della Corte costituzionale. Come si traduce tutto ciò in pratica? Siamo obbligati a cancellare la dicitura Fus. Ma subito dopo costituiamo il fondo nazionale. I fondi sono due: uno riguarda i festival e le attività nazionali. Pensiamo al fatto che l'Italia non ha un festival paragonabile ad Avignone, tentiamo di ragionare su questo e sui cambiamenti intervenuti nelle politiche culturali delle città europee. L'altro fondo si occupa del finanziamento e della coprogettazione del teatro assieme agli enti locali. D'altronde negli ultimi dieci anni i trasferimenti di competenze agli enti locali sono stati enormi: sanità, autonomia scolastica, mercato del lavoro, formazione professionale. Gli artisti ribattono che dare agli enti locali significa dissetare clientelismi e comitati d'affari. E sostengono che la bozza è frutto di pressioni delle regioni Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Questo è semplicemente falso. Quanto alle accuse di lottizzazione rivolte agli enti locali, suonano ingenerose. L'85 per cento dei consiglieri di amministrazione dei teatri stabili sono espressione degli enti locali, i quali già oggi danno alle istituzioni teatrali pubbliche più di quanto viene dallo Stato. Insomma, da lustri si chiede la riforma dello spettacolo. Bene. Quale riforma? Come? Perché? Qui non ci sono mica intenzioni malvagie, c'è il tentativo di dare una risposta, di mettere più risorse a disposizione, di finanziare con criteri rigorosi progetti di valenza nazionale provenienti anche da realtà medie e piccole, di realizzare un sistema governato e non confuso. Ma perché non ha ascoltato i teatranti prima di presentare la bozza? Per la legge sul cinema il percorso finora è stato più condiviso. La legge sul cinema è di iniziativa parlamentare, questa di iniziativa governativa. Il governo può avviare confronti solo con soggetti istituzionali come gli enti locali e l'Agis. Poi, è vero, l'Agis ha un problema a rappresentare tutto lo spettacolo italiano, ma se io incontro il gruppo X e non il gruppo Y, di cui magari non sono a conoscenza, ho creato un vulnus. Invece dobbiamo ragionare in modo costruttivo su dove si va e come ci si arriva».