Maggioranza favorevole ma non compatta sulla proposta formulata dal ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani, in un'intervista al Sole-24ore, di sostituire al condono edilizio la vendita dei beni demaniali, ma solo quelli che non abbiano rilevanza artistica, distinguendoli da quelli inalienabili, tutelati dalle Soprintendenze, e da quelli vendibili ma con il vincolo della destinazione d'uso. A sostegno dell'idea si schierano Forza Italia e Lega, mentre An, nell'apprezzarne il principio ispiratore, esprime qualche perplessità sull'utilizzabili-tà dello strumento. Feroci le critiche dell'opposizione. A partire dai Verdi e dall'ex ministro dei Beni culturali, la diessina Giovanna Melandri, che considera la triplice catalogazione dei beni demaniali formulata da Urbani, «irricevibile», una delle trovate dei «tanti piccoli apprendisti stregoni» del governo. L'iniziativa, di Urbani, sostiene Melandri, nasce-rebbe dall'esigenza di «fare cassa» e non già da quella di «valo-rizzare il patrimonio storico-artistico nei confronti del quale il governo Berlusconi ha dimostrato di non nutrire alcun interesse». Il governo, continua l'ex ministro, «non può sottoporre a un ricatto così volgare gli italiani, ponendo come alternativa alla devastazione del territorio la svendita del patrimonio storico-artistico». Due anni fa però era stata proprio il ministro Melandri a proporre un'idea assai simile a quella di Urbani, all'allora collega del Tesoro, Vincenzo Visco, che aveva individuato una lista di beni alienabili il cui incasso sarebbe rientrato in Finanziaria. In quella circostanza, dalle pagine del Corriere, Melandri propose di suddividere i beni demaniali in tre categorie: «quelli assolutamente inalienabili», tipo il Colosseo; «quelli alienabili previa autorizzazione del sovrintendente regionale e con garanzia sulla destinazione e sulla fruizione pubblica»; «i beni cedibili perché hanno già una destinazione d'uso commerciale, come le ville che da tempo sono alberghi. O numerosi negozi dei centri storici». Proprio in base a questi principi Melandri cancellò dalla lista di Visco una trentina di beni di sicuro valore artistico come Villa Carlotta a Tremezzo, l'isola di Comacina a Ossuccio, Villa della Regina a Torino, la Fortezza Castruccio a Sarzana; l'ex forte Ardeatino a Roma. Nella lista rimase un centinaio dì beni che ancora oggi non sono stati ceduti e che potrebbero tornare di attualità: l'ex campo di volo di Taliedo a Milano; le carceri di Monza; il palazzo del Lavoro di Torino, l'ex piazza d'armi del Castelletto a Parma; l'ex aeroporto di Sezze; l'ex sede del partito fascista a Roma e il «cinema Sacher» gestito dal regista Nanni Moretti; palazzo Bagnara a Napoli, l'ex convento di Monteoliveto a Taranto. E' stato invece già venduto il vecchio palazzo delle Poste di Milano, citato come esempio di bene alienabile da Urbani. «Tutto quello che consente di trovare risorse alternative al condono edilizio è benvenuto» commenta il responsabile delle Infrastrutture di Forza Italia, Maurizio Lupi, a sostegno di Urbani. «E' una proposta intelligente - osserva Ugo Parole per la Lega - ci sono molti beni che possono essere tranquillamente venduti». Il coordinatore di An, Ignazio La Russa, plaude Urbani ma il presidente della commissione Lavori pubblici alla Camera, Pietro Armani (An) si schiera contro: «L'idea non sta in piedi e non serve: richiede tempi troppo lunghi e poi l'incasso è destinato a andare a riduzione del debito pubblico e non del disavanzo. Forse il ministro non conosce bene la materia».