Il Patto di stabilità e crescita promette stabilità economica e richiede equilibrio della finanza pubblica, ma ambedue si possono raggiungere solo se c'è anche la crescita. È questo l'unico criterio con cui valutare la prossima legge finanziaria: gli interventi proposti vanno nella dirczione di garantire meno deficit pubblico e più crescita? Se non abbiamo una risposta positiva a questa domanda, l'intervento deve essere bocciato semplicemente perché dannoso ail Paese. Proviamo ad applicare questo criterio all'alternativa suggerita ieri sul Sole 24 Ore dal ministro Giuliano Urbani: il condono è nocivo perché «è la devastazione dello Stato di diritto»; meglio ricavare quei soldi con la dismissione dei beni demaniali alienabili. Questi ultimi, dice il ministro, sono quelli che non hanno valore artistico o che l'hanno in base a una destinazione d'uso che può essere comunque garantita, anche in futuro. È una posizione che sostengo da anni, e non a caso ho accettato di essere dal gennaio scorso tra i consiglieri del ministro Urbani. Da economista, posso aggiungere un argomento in più. Il condono edilizio non produce crescita economica (il suo recente annuncio sta facendo aumentare dei lavoretti in questi giorni, per qualche abuso da poter poi sanare, ma questo non è certo sufficiente per dare la ripresa economica...). La dismissiione di immobili non utilizziati e ce ne sono tanti, iin ogni parte del Paese! fa invece partire un'importante attività di restauro-ristrutturazione, e una successiva ancor più importante attività di produzione di reddito (e quindi delle relative imposte: Iva, Ici, Irpeg, Irpef). Racconto un aneddoto, per capirci. Anni fa (con Visco alle Finanze e Ciampi al Tesoro) presiedevo una commissione che doveva vendere un po' di immobili pubblici non utilizzati. Proposi che con un'unica legge tutti quegli immobili fossero trasferiti dal Demanio (inalienabili) al Patrimonio (alienabili). Mi fu obiettato dal funzionario competente (si fa per dire) che se li dichiaravamo alienabili diventavano anche usucapibili, e c'era quindi il rischio che... gli occupanti abusivi li usucapissero! Di fronte a un'affermazione così strabiliante (epperò burocraticamente perfetta) potei solo replicare: «Ma almeno poi pagheranno l'Ici». Battute a parte, l'alternativa di cui alla proposta Urbani merita almeno un paio di riflessioni. Anzitutto, il Governo non riuscirà a ridurre il deficit pubblico se non riesce anche a far crescere l'economia. Far cassa comunque non serve, perché se frena di altrettanto la spesa privata come nel caso dei condoni anche il saldo del bilancio pubblico alla fine non cambia. In tanti si sono scatenati contro il condono perché immorale, perché contrario allo Stato di diritto e così via. Tutto vero, ma posso aggiungere che è anche inutile ai fini del controllo del deficit pubblico: non favorisce la crescita del Paese e alla fine il suo gettito sostituisce altre entrate nette dello Stato. Pensiamo invece alla proposta del ministro Urbani, e consideriamo un esempio concreto. Nella mia città ci sono tanti immobili pubblici lasciati andare in malora. Ad esempio, un ospedale militare di quindicimila metri quadrati di cui sono ancora usati cento (ripeto, cento) metri in tutto. Il resto è lasciato decadere, con grave danno patrimoniale del Paese. Da anni, il Comune di Piacenza e tutti i cittadini (di destra, di centro, di sinistra) vorrebbero che quell'edificio che è in pieno centro storico fosse invece usato, nell'interesse di tutti. Può essere dismesso domani e importanti progetti di valorizzazione potrebbero generare un flusso di reddito e relativo gettito fiscale significativo. Perché non avviene? È molto semplice. Perché "governare un Paese" non significa starsene chiusi in un palazzo a Roma, fare tante leggi e andare spesso in televisione. Governare significa far lavorare la pubblica amministrazione in un certo modo e con obiettivi chiari; fare squadra con gli altri livelli di governo più vicini ai cittadini; misurare quotidianamente i risultati concreti ottenuti... L'avremo prima o poi un Governo?