Ci sono uomini che, di fronte a una malattia letale, scelgono la via della rassegnazione. E ci sono uomini come l'archeologo Fabio Maniscalco. Napoletano di 41 anni, [2] uranio impoverito ed ad altri metalli pesanti negli anni in cui era di servizio presso l'esercito nei Balcani. Prima in Bosnia (1996-1997) poi in Albania (1997). Sull'argomento, si è già espressa nelle relazioni conclusive del 2002 una [3] commissione parlamentare d'inchiesta, chiamata a dissipare eventuali dubbi della comunità scientifica. Interrogato da Panorama.it, il generale Claudio Berto, responsabile dell'ufficio pubblica informazione dello Stato maggiore, afferma che sono gli operativi come lui i più interessati a risultati chiari e inequivocabili: "Ci atteniamo alle conclusioni della commissione Mandelli, ma siamo noi i primi a pretendere chiarezza. Perché siamo eventualmente noi i più esposti al rischio". Maniscalco, che cosa faceva in Bosnia nel 1996 e nel 1997? Di formazione sono un archeologo subacqueo, ma mi sono sempre occupato della tutela dei beni culturali nei Paesi in guerra. I primi di gennaio del 1996 colsi l'occasione e partii al seguito della Brigata Garibaldi a Sarajevo fino a giugno. Mi presero come tenente presso l'ufficio stampa della Brigata Garibaldi. Il mio intento era semplice: salvare quel che restava della biblioteca nazionale, della moschea cittadina, degli altri monumenti storici della città. Iniziai a fare perciò un lavoro di monitoraggio ai monumenti. Sia in Bosnia sia in Albania, dove mi recai l'anno dopo. [4] Il tutto autorizzato dall'esercito? No, ero un semplice ufficiale di prima nomina. Mi permisero di fare questo lavoro solo nel tempo libero, a mio rischio e pericolo. Alla fine, benché mi avessero fatto firmare una liberatoria dove declinavano ogni responsabilità, l'esercito fece pubblicare [5] la mia ricerca in un volume di cui parlò persino Papa Giovanni Paolo II. Fu un successo. Nel 1998 anche il generale Clark, il capo della Nato del sud Europa, volle conoscermi. Feci tutto a spese mie, a costo zero. Per passione. Non mettendomi nulla in tasca, come tutte le cose che ho fatto nella mia vita. Del resto il volontariato è questo: o lo fai gratis o non è Quando ha scoperto di essere ammalato? Nel marzo 2006: soffrivo di un dolore di stomaco molto forte. I medici lo scambiarono per un'ulcera. Poi mi diagnosticarono ulcere recidivanti con un principio di pancreatite. Tutti i dottori che mi visitarono escludevano il tumore al pancreas per due ragioni: la prima, perché i valori dei marker tumorali non erano elevati. La seconda perché il cancro al pancreas colpisce solo i forti bevitori oltre i 70 anni. Questo dicono le statistiche mediche: io in sostanza non ero associato a nessun fattore di rischio. Sta di fatto che stavo malissimo. Bevevo té e vomitavo. La diagnosi è arrivata qualche mese fa Sì, ai primi di gennaio andai a Verona dove c'è un centro specializzato nelle malattie del pancreas. Entrai il 2 gennaio e restai fino all'11. Anche lì inizialmente esclusero il carcinoma al pancreas per le ragioni che ho detto. Poi, il 30 gennaio, la diagnosi. Mi hanno asportato il duodeno, metà pancreas, tutto lo stomaco e il primo tratto dell'intestino. Non dovrei essere più qui: l'aspettativa di vita per chi ha la mia malattia è di sei mesi. La [6] commissione Mandelli (file .pdf, ndr) ha però escluso un'incidenza statisticamente rilevante di tumori legati all'esposizione ai metalli pesanti tra i reduci di guerra. Io non chiedo nulla all'Esercito in termini di risarcimento. Voglio solo che il mio caso sia d'esempio per la ricerca medica, che si riprenda in mano lo studio troppo frettolosamente archiviato. E poi la commissione Mandelli ha fatto sì alcune indagini, ma su un numero troppo amplio di persone: 43 mila, molte delle quali sono state conteggiate due o tre volte perché presenti in varie missioni. Ha incluso nella statistica anche quel 70 per cento dei militari che sta nelle caserme, al sicuro, lontano dalle folate di vento che porta all'inalazione dei metalli pesanti. Chi è davvero esposto sono solo gli operativi. E su di loro che bisogna indagare. Su quelli come me, quelli che fanno la vigilanza a un sito bombardato, sui giornalisti o sugli operatori umanitari. O anche sulle popolazioni locali che magari muoiono come mosche ma nessuna statistica se ne accorge. C'è davvero bisogno di riprendere in mano lo studio fatto L'Esercito che avrebbe dovuto fare? Mettiamoci nei loro panni. Che cosa direbbe la mamma di un caporalmaggiore in Iraq se sapesse che suo figlio potrebbe morire per l'esposizione all'uranio impoverito anche a dieci anni di distanza? E lui, il caporalmaggiore, non ci penserebbe dieci volte prima di firmare? E poi, pensi a quanti contenziosi internazionali contro la Nato e gli Stati Uniti sarebbero condotti da nazioni quali la Repubblica jugoslava. E' chiaro che bisogna negare. E poi i metalli pesanti colpiscono dopo dieci anni, quando quei ragazzi non sono più nell'Esercito! Muoiono da civili, spesso in breve tempo, senza sapere perché. Per me non c'è più nulla da fare, è chiaro. Ma che almeno si salvino altre persone. Si riapra quel capitolo. Che tipo di risarcimento offre la Difesa per i casi accertati di malattie professionali legate al servizio in Bosnia o in Kosovo? Diceva bene il [7] dottor Leggiero, dell'Osservatorio militare. L'Esercito sta sì risarcendo le famiglie delle vittime, ma giustifica questi risarcimenti con ragioni legate a questioni come lo stress prodotto da disordini dell'alimentazione. Un modo per cercare di mettere tutto a tacere, alla fine. Cosa ha scoperto in questi mesi di studio? Faccio solo due esempi: tre casi accertati di carcinoma mortale al pancreas che hanno colpito militari italiani nei Balcani. E ue casi di giornalisti con la stessa tipologia tumorale. Molti carcinomi al colon. E sono solo la punta dell'iceberg, perché la maggior parte dei casi non risulta alle statistiche. E poi su Pubmed, una rivista scientifica del Department of Health and Human Services of United States, emerge chiaramente che quindici operai di una miniera ceca di uranio sono morte o si sono ammalate di varie tipologie tumorali. Non può essere un caso. Un gruppo di studiosi la propone come candidato Nobel per la Pace per il suo impegno in Iraq, in Albania, in Palestina, a tutela de beni culturali. Che reazioni ha avuto? Si figuri se mi danno il Nobel, ma se ci sono oltre 150 studiosi molti dei quali non ho nemmeno conosciuto, vuol dire che il mio lavoro è noto. Pensi che mi ha scritto persino la segreteria del Dalai Lama. Che dire? Sono gentili. Sapevo di essere conosciuto nel mio piccolo, ma non al punto di diventare un personaggio pubblico. ----------------- LINK [8] Webjournal: la prima rivista online dedicata ai beni culturali di tutto il mondo (a cura di F. Maniscalco) LEGGI ANCHE: Commissione Mandelli: [9] Relazione conclusiva (11 giugno 2002) -------------------------------------------------------------------------------- Article printed from Mondo: http:blog.panorama.itmondo URL to article: http:blog.panorama.itmondo20070523il-tenente-archeologo-candidato-al-nobel-che-lotta-contro-luranio-impoverito URLs in this post: [1] Image: http:gallery.panorama.itdisplayimage.php?pos-4641 [2] uranio impoverito: http:www.uranioimpoverito.it [3] commissione parlamentare d'inchiesta: http:www.senato.itleg15BGTSchedeCommissioniStoriche0-00081.htm [4] Image: http:gallery.panorama.itdisplayimage.php?pos-472 [5] la mia ricerca: http:web.tiscalinet.itosservatoriobcpubblicazione.htm1 [6] commissione Mandelli: http:www.difesa.itApprofondimentiUranioImpoverito.htm [7] dottor Leggiero: http:www.forzearmate.eudblogarticolo.asp?articolo142 [8] Webjournal: http:www.webjournal.unior.it [9] Relazione conclusiva (11 giugno 2002) : http:www.difesa.itNRrdonlyres6DA4D27E-A75D-4C2D-AA46-8E8071EFAE060relazionefinale.pdf
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23 Maggio 2007
PER FABIO MANISCALCO - Il tenente-archeologo candidato al Nobel che lotta contro l'uranio impoverito
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