Milano. La crisi di Milano è arrivata fino al cuore della città. Ha scavato sottoterra come un bruco, senza che i milanesi se ne accorgessero o volessero vedere, e adesso è giunta a toccare uno dei simboli della metropoli: Sant'Ambrogio. Perché a pochi metri dalle fondamenta della basilica si sta costruendo un parcheggio da 586 posti auto. Ecco una storia che sembra di cronaca cittadina. Ma non lo è, se riguarda una città come Milano, non è più una questione locale. Perché nel capoluogo lombardo, tanto per fare un esempio, vivono ormai oltre diecimila genovesi. Perché verso Milano si indirizza quel 60 per cento di ragazzi liguri che, dopo gli studi, è costretto a guardare fuori casa per cercare lavoro. Ma anche perché Milano racchiude un po' tutte le nostre città ed è forse Tunica metropoli che propone un modello italiano di modernità. Se fallisce Milano, insomma, non ce la fa nemmeno il nostro Paese. Già, a volte le vicende di cronaca assumono un valore simbolico. Così è senz'altro per la grande storia dei parcheggi, una vicenda di appalti da circa un miliardo di euro che interessa tutti gli schieramenti politici, i gruppi economici, e che dopo anni di silenzi potrebbe finalmente venire in superficie. Da tempo i milanesi ne parlano, lo sentono nell'esistenza di tutti i giorni: la città dove vivono non è più davvero loro. È una metropoli dove ogni weekend fugge un abitante su cinque. Dove d'estate rimangono 350 mila persone, in pratica solo gli anziani e chi non può permettersi di scappare. A Milano centoventimila persone, più di una su dieci, ammettono di aver provato almeno una volta la cocaina per tirare avanti. Qui ottantamila persone ogni anno ricorrono ai centri pubblici di assistenza per chiedere aiuto contro la depressione. Nel capoluogo lombardo i limiti di inquinamento fissati dall'Unione Europea per un anno sono già stati superati nei primi due mesi del 2007. Le centraline, per quanto "addomesticate" (a questo proposito basta consultare i documenti interni delle autorità regionali che controllano lo smog riportati nel libro "Milano da morire", Rizzoli-Bur) registrano picchi di inquinamento anche trenta volte superiori a quelli massimi (50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo). Così, giorno dopo giorno, ci si ammala: i polmoni dei bambini -come rivelano i medici dell'ospedale pediatrico Macedonio Melloni - hanno lesioni simili a quelli di un vecchio o di un fumatore. E proprio come i polmoni che raccolgono inquinamento finché non si riesce più a respirare, così anche l'animo dei milanesi forse sta per soffocare. Gli abitanti dell'ex capitale morale, dell'ex Milano da bere hanno sopportato troppo e adesso hanno deciso che è il momento di decidere: quale città vogliono per sé e per i propri figli? La crisi emerge da sottoterra, dall'incredibile storia dei parcheggi che, chissà, potrebbe portare a una seconda Tangentopoli, in cui si chieda conto a chi ha amministrato, a chi ha esercitato un'opposizione blanda se non compiacente, a chi, infine, nel mondo dell'imprenditoria si è arricchito senza tenere conto del bene comune. Per realizzare i parcheggi sotterranei Milano è stata venduta, fatta a pezzi come un'arancia. Uno spicchio a testa per far contenti tutti. Accadde ai tempi di Tangentopoli, negli anni '80: quando destra e sinistra, cioè De, Psi e Pci, spartirono fra le imprese a loro collegate gli appalti della città, a cominciare da quelli per la metropolitana. Accade ora con il piano dei parcheggi sotterranei, inizialmente nato per combattere il traffico e l'inquinamento: 173 terreni pubblici (oltre 200 secondo alcune fonti) dati in concessione in tutta la città, un affare da un miliardo e passa di euro, il più grande del dopoguerra. Un business spartito tra le maggiori aree politiche. E un fiume impetuoso di soldi, un Nilo di banconote che per anni ha inondato un pugno di dirigenti e fun-zionari del Comune, quelli arruolati nel Commissariato straordinario per l'emergenza del traffico. Soldi pubblici, dei cittadini: oltre un milione e mezzo di euro più gli straordinari, in "gettoni" extra-stipendio, incassati nel 2002-2006 da una quarantina di persone. E soldi privati: quelli pagati direttamente da imprese costruttrici dei box a dipendenti comunali che avrebbero dovuto tenere sotto osservazione i loro cantieri. Sì, avete capito bene: i controllori erano pagati dai controllati. Ancora: milioni di euro distribuiti dal Commissariato straordinario, per progetti e consulenze, a società comunali dove spesso comparivano le stesse persone. E infine, un ultimo torrente di soldi privati, confluito però verso un altro mare: decine di milioni di euro sborsati alle imprese costruttrici da migliaia di cittadini, come acconti (o saldi finali) spesso per box non ancora realizzati, e ormai in ritardo di anni. Senza contare gli altri milioni, quelli pagati dagli stessi cittadini per gli aumenti imprevisti dei prezzi (anche del cento per cento), o per i danni causati ai palazzi. Chi ha sborsato, protesta e firma denunce. Ma tutto è avvenuto con il beneplacito del Comune. Voci, malelingue? No, ogni affermazione è dimostrata da atti dell'amministrazione. Da verbali, delibere comunali, bilanci aziendali. Intanto il traffico non è migliorato, anzi è peggiorato per i cantieri bloccati in città. E lo smog avvolge ancora la Madonnina, come dieci anni fa e anche peggio. Ma il gran fiume, il Nilo delle banconote diviso in vari rami, è andato dritto alla foce. Ogni terreno, una gara d'appalto. L'arancia aveva molte fettine da dividere. Lo spicchio più grande, quasi un terzo dei terreni, è andato a imprese della costellazione Legacoop, espressione tradizionale della sinistra. Un secondo spicchio, con alcuni dei parcheggi più redditizi, come quello di Sant'Ambrogio, è stato assegnato alla ditta guidata da Edoardo e Claudio De Albertis, rispettivamente padre e fratello dell'attuale assessore alla Salute nella giunta Moratti, Carla De Albertis di An; Claudio, ingegnere, è anche presidente dell'Assimpredil, l'Associazione dei costruttori lombardi e brianzoli. Un terzo spicchio, più sottile, è andato alle società fondate da un avvocato, Daniele Cucchi, figlio di un leader storico del Psdi milanese coinvolto nelle inchieste su Tangentopoli e stroncato da un infarto sui banchi del consiglio comunale, nel 1990. Nel maggio 1998, il figlio Daniele scrive una lettera-esposto all'allora procuratore della Repubblica, Francesco Saverio Borrelli, e al sindaco Gabriele Albertini, denunciando il pericolo di una "logica monopolistico - spartitoria" nelle gare per le concessioni dei box sotterranei. Cucchi cita un incontro tenutosi il 25 marzo 1998 in Comune, fra l'Assim-predil e la Legacoop: «Da quell'incontro, cui avevo diritto di partecipare, sono stato escluso, né sono stato ammesso ad alcun colloquio. Tutto ciò non può che rispondere ad aspettative che nulla hanno a che vedere con la necessaria trasparenza e imparzialità dell'azione amministrativa». "Logica monopolistico-spartitoria". La lettera-esposto a Borrelli non ebbe poi un seguito giudiziario. E forse le parole dell'avvocato non brillavano per obiettività, poiché in quel momento correva anch'egli per gli appalti, con le sue società (nei cui consigli di amministrazione sedevano la moglie e la cognata). Ma fa un certo effetto rileggerle oggi, oggi che l'arancia è stata divisa. Intanto le ruspe avanzano. Arrivano a un passo dalla basilica. E una mattina, il soprintendente ai Beni archeologici per Milano, Angelo Maria Ardo-vino, che aveva bocciato più volte il progetto dei box proprio per i suoi rischi archeologici, viene trasferito a Potenza. Ma ecco che un giorno il sindaco Letizia Moratti decide di riesaminare i progetti di 26 cantieri. Di volerci vedere chiaro. E ne blocca alcuni, sospende anche la pratica dei pagamenti fatti dalle imprese costruttori ai vigilanti del Comune. Ecco che una mattina anche i milanesi si rendono conto di non voler più vivere in una città dove i prezzi delle case del centro sono saliti fino a 15mila euro al metro quadro, dove ogni anno 1.500 persone si vedono pignorata la casa perché non riescono a pagare le rate del mutuo e i giovani sono costretti a emigrare in periferie (nel 2024 intorno al Duomo soltanto il 6 per cento della popolazione avrà meno di trent'anni). Sì, forse i milanesi si sono accorti finalmente di volersi riprendere Sant'Ambrogio e la loro città.