E progettista prima in Università e poi in Triennale: essere architetto significa imparare ogni giorno. Al via quattro mesi di appuntamenti al «Cubo» Posa ironico e sorridente perla foto ricordo, davanti alla Triennale e ad un gigantesco «pezzo di trave del Beaubourg», color rosso fuoco, l'opera che all'inizio degli anni Settanta e della carriera ha contribuito a dargli una spinta alla notorietà e che lui ama definire, ancora a distanza di 40 anni, una «bestia curiosa». Poi Renzo Piano parla a ruota libera. Come aveva fatto in mattinata, in «cattedra» con un vecchio tecnigrafo, un foglio bianco e dei pennarelli verdi, davanti a tremila studenti e professori del Politecnico, seduti nel grande prato ovale del campus della Bovisa. «Essere architetto significa imparare ogni giorno», ama ripetere. Ma «essere architetto è anche insegnare ogni giorno». È il suo tributo all'Ateneo dove ha studiato e alla città che da oggi al 16 settembre lo celebra con la mostra «Le città visibili», appunto, alla Triennale, nello spazio denominato «Cubo» restaurato e inondato di luce al primo piano del palazzo di viale Alemagna. Con gli architetti di domani Renzo Piano ha parlato di «rifare il mondo». Perché loro, ha chiarito l'assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi intervenuto alla presentazione della mostra, «sono i soli intellettuali che possono realizzare l'utopia». Anche a costo di atti di «pulizia etnica» quale il critico considera la demolizione della Stecca degli artigiani, «uno dei momenti di architettura antropologica, intesi come luoghi nati per essere vissuti, che andavano risparmiati». E c'è un'altra «occasione persa». Il progetto firmato dall'architetto genovese per Milano, Citylife. Progetto più mite, ma scalzato da quello di tre architetti stranieri che hanno segnato, per ora solo sul piano simbolico, l'ex Fiera». Non poteva portare esempi più calzanti per introdurre la mostra che racconta un modo ben diverso di intervenire nelle città, perché Piano traduce l'irrequietezza della contemporaneità esaltandone la complessità e i suoi progetti agiscono «sulla stratificazione e sull'addizione»: le tracce del passato non sono rimosse ma reintegrate e il verde è un elemento naturale irri-nunciabile. «Ma nella mia Giunta c'è la tendenza a non contrastare le decisioni dell'amministrazione precedente»; ha concluso Sgarbi polemico. Nel «Cubo» si ricostruisce uno studio immaginario, con tavoli e sedie e pc per sedersi, pensare, osservare. I suoi progetti di quarant'anni si svelano così, dal bozzetto al modellino, da toccare, appesi al soffitto o alle pareti, come la gigantografia del nuovo porto di Genova, il Zentrum Paul Klee di Berna, The London Bridge Tower di Londra, The Whitney Museum di New York. Sullo sfondo i racconti di Calvino e le note di Berio, perché la musica «è l'altra mia passione smisurata», dice. pdamicocorriere.it