VIZZINI - È in un cantuccio di piazza Umberto con lintonaco sfarinato e pieno di crepe. Sembra uno scoglio flagellato dalle onde, eroso dal vento. È la casa dove visse Giovanni Verga a Vizzini. Una palazzina di tre piani, rimasta, ai tempi, incompiuta per una controversia con il dirimpettaio barone Cannizzaro. Stizze tra blasonati. Giovan Battista Verga Catalano, padre dello scrittore, infatti, discendeva dal ramo cadetto dei baroni di Fontanablanca. E con il collega di sangue blu non si prendeva per niente. Oggi la casa sembra reggersi in piedi per miracolo. Cadente e snaturata. Il portone è sgangherato, orrende tapparelle nascondono le cinque finestre del piano nobile. Tra una finestra e laltra risaltano ancora tre gigantesche sigle P. N. F. e sotto sempre a caratteri cubitali la scritta per esteso Partito Nazionale Fascista. Una sigla e una parola incastonate in ognuno dei tre spazi tra i balconi. A piano terra un bar e quattro saracinesche abbassate. Desolante. Un altro pezzo della nostra storia che va in rovina. Possibile che né la Regione, né la Provincia, né il Comune, siano riusciti ad acquisire un simbolo così importante della letteratura siciliana ed europea? Gli amministratori cittadini, che peraltro negli ultimi tempi hanno posto un freno al degrado dirompente, si giustificano rimandando a problemi inerenti i proprietari delledificio. (segue dalla prima di cronaca) «Gli inquilini della casa di Verga sono diversi - dice lex assessore alla Cultura Santo Fraschilla - e ognuno con le sue idee. Tra laltro nel tempo sono fuoriusciti gli eredi dello scrittore e i nuovi acquirenti non esprimono una volontà comune. Bisognerà comunque trovare il modo di salvaguardare il bene che in qualche maniera appartiene a tutta la collettività». La casa, fabbrica del Verismo, è la prima tappa di un lungo viaggio alla scoperta dei due volti di Vizzini, una cittadina di 8 mila abitanti adagiata su tre colline tra le quali si insinua il fiume Acate: le bellezze ereditate dal passato, gli scempi perpetrati negli anni Sessanta. «Nei cinque anni del primo mandato - dice il sindaco Vito Cortese, fresco di riconferma - abbiamo posto un freno a una situazione di diffusa illegalità. Nei prossimi cinque anni cercheremo di recuperare la nostra identità culturale e architettonica. A cominciare dai luoghi verghiani». La città delle ventisei chiese, ma solo poche sono ben conservate, tra i centri siciliani è probabilmente quello che ha il più alto numero di saracinesche a pianterreno. Nel clima di laissez faire si sono incuneate in ogni scorcio, anche negli affacci dei palazzi storici. Se ne contano a migliaia. Solo nella piazzetta di Santa Teresa - tra la chiesa omonima e la taverna da "Gna Nunzia" dove Verga ambientò momenti cruciali della "Cavalleria rusticana" - ne abbiamo contato sette. Tutte in lamiera e tutte abbassate a nascondere gli accomodamenti interni. È solo uno dei tanti luoghi letterari con i connotati cambiati; ricordiamo che dentro la Chiesa, Lola augurò la mala Pasqua a Turiddu e nella taverna i due compari si scambiarono il brindisi della morte («Viva il vino spumeggiante...»). Verga nel suo paese natale ha «incastonato» anche "Mastro don Gesualdo", "La lupa", "Jeli il pastore", "Storia di una capinera" e tante novelle. Vicende che scorrono tra le pieghe della vita contadina. Lattaccamento alla «roba» e il possesso della donna. Tutta la vita a guardia della proprietà e dellonore. E per essi farsi assassini o martiri. Pronti a immolare sentimento e ragione. La "Cunziria", un declivio a valle del centro abitato, sembra uno di quei paesotti dei film western che i minatori abbandonano quando nelle viscere le pepite cedono il passo ai sassi. Quello che un tempo fu la più importante conceria di pelli della Sicilia, luogo di commerci e di frenetici via vai che fecero gonfiare il paese fino a 14 mila abitanti, è ormai un cumulo di rovine: una ventina di casupole semidiroccate, sommerse dalle ortiche e dai rovi. Ci sono ancora i filari di ficodindia dove Verga inscenò la mortale sfida che vide Turiddu cadere esanime, accoltellato da compare Alfio. Il momento più drammatico della "Cavalleria Rusticana", la novella musicata da Pietro Mascagni che incanta i melomani di tutto il mondo. Un cartello giallo fa riferimento a lavori di cui ci intravedono tracce in qualche facciata. Ma da un paio di anni tutto è bloccato. «Larea - dice Fraschilla - è stata acquisita dalla Provincia che ha appaltato la prima trance di lavori per il recupero, ma purtroppo limpresa è fallita e tutto è rimasto in alto mare». Una parte della "Cunziria" è stata trasformata in agriturismo. Il recupero di una parte della struttura non compensa però lamarezza per lo snaturamento di alcuni interni, nella fattispecie alcune grotte trasformate in saloni per banchetti. E che dire poi dei bungalow marroni impiantati nella parte alta del declivio che nulla centrano con il contesto storico-ambientale? Lo scrittore Domenico Seminerio, osannato dalla critica per quel "Senza re né regno" che lo ha visto esordire sessantenne con Sellerio, insegna Lettere a Caltagirone, ma alla vicina Vizzini è legatissimo se non altro per la sua passione verghiana. «Non voglio entrare nel merito delle questioni burocratiche - dice - ma intendo rimarcare che un intervento per salvaguardare la memoria dei luoghi verghiani vada fatto con urgenza. Vizzini deve diventare il naturale approdo per un turismo culturale. E soprattutto un itinerario obbligato per i viaggi distruzione delle scuole. Verga si deve studiare in classe e nei luoghi dei romanzi. Per onor del vero va detto che qualche cosa di significativo è stata già fatta. Basti pensare al Museo dedicato allo scrittore». Eccolo Palazzo Trao tirato a lucido nel cuore della città vecchia. Al piano terra cè il Museo degli antichi mestieri. Nelle stanze sfila tutto il repertorio contadino, con qualche pezzo raro, una pionieristica imballatrice di fieno e un ingegnoso setaccio per i cereali. «Siamo agli inizi - dice il direttore Massimo Papa - e cè tanto da fare. Vogliamo recuperare qualsiasi cosa che appartenga alla cultura materiale del nostro territorio. La gente ha capito e collabora portandoci i reperti che si trova in casa». Alle pareti alcune foto scattate da Verga e quelle tecnicamente perfette ed emotivamente toccanti di Vincenzo Lentini, un fotografo di matrimoni ancora attivo fino a venti anni fa. Le sue immagini degli anni Trenta sono davvero opere darte. Volti di contadini e pastori destinati a rivivere i gesti fissati sulla pellicola per leternità. Al piano di sopra, il Verga day. I costumi delle sue opere rappresentate in teatro, le locandine, i manoscritti, le prime edizioni di libri. Un bel tuffo in quellOttocento pieno di dolori e di speranze. Nelle pieghe della vita di uno dei grandi della letteratura mondiale. Pregevole il recupero degli affreschi sui soffitti, peccato per i pavimenti depoca in gran parte sostituiti con marmi. È ridente Vizzini, battuta dal sole, Lestesa macchia mediterranea e gli uliveti attorno la rendono fiorente. Il paesaggio addolcisce e in qualche modo nasconde gli sfregi dellagglomerato urbano inferti da una classe politica vorace e rozza. «Per decenni hanno fatto quello che hanno voluto», dice Elio Romeo. E racconta di un sindaco degli anni Sessanta, Matteo Agosta, dottor Jeckill e mister Hyde: da un lato si attivava per le fognature, per le strade e altre opere vitali per il paese e dallaltro distruggeva il teatro («un gioiello») e il delizioso mercato nella chiesa sconsacrata dei padri domenicani per farne uffici e spazi comunali. Romeo racconta inoltre delle origini, che risalirebbero ai tempi dei Siculi (ma labate Vito Amico, autore del prezioso "Primo dizionario topografico della Sicilia", ristampato da Sigma, data la nascita del paese ai tempi dei saraceni). E ancora della tante peripezie di una città passata di mano in mano e più volte riscattata a caro prezzo dagli abitanti. Adesso ci vorrebbe un altro riscatto. Dal dominio delle brutture.