Forse il nodo della vicenda sta tutto in quell'effervescente novembre del '99 quando Sergio Cragnotti e Franco Sensi, sull'onda delle vittorie delle loro squadre di calcio e delle dismissioni di beni demaniali, pensarono di comperare il Foro Italico sognando di importare a Roma i metodi dei grandi club inglesi, capaci di produrre reddito dalla gestione dei loro impianti sportivi. Per fortuna qualche ministro di buon senso, come la Melandri, si oppose e la proposta non ebbe seguito. Sul solco dell'eredità ideale dei due patron, tuttavia, sembra fare i primi passi la Coni spa alla quale sono stati ceduti in uso, nel 2005, tutti gli impianti del Foro. E il fatto che il complesso costituisca una delle opere più straordinarie dell'architettura moderna romana sembra, ormai, un noioso dettaglio. È esemplare, in questo senso, la vicenda del nuovo Stadio del tennis che verrà costruito sull'area occupata dall'attuale, provvisorio «Centrale». Il luogo, va detto, sarebbe adatto ad ospitare un impianto di questo genere, come dimostra la storia dei piani disegnati da Del Debbio e Moretti. Il vero problema è l'inserimento nel delicato contesto architettonico. Nel quale la struttura prevista, un curioso ordigno meccanico alto come un palazzo di sette piani e circondato da negozi, irromperà con la leggerezza di un elefante. Sebbene nel progetto non compaia una qualsiasi vasca o piscina, la procedura per la sua approvazione è stata bizzarramente affidata al Commissario straordinario per i Mondiali di nuoto con la motivazione che, se non si riuscisse a terminare la piscina prevista per il 2009 a Tor Vergata, nello Stadio del tennis si potrebbe poggiare una struttura analoga e «rimovibile». Se solo si considerano i problemi tecnici di una vasca di queste dimensioni e cosa significhi inserirla in uno stadio già costruito, si comprende quanto questa trovata sia stravagante. Ma ancora più singolari sono le ragioni con le quali la Soprintendenza ha approvato, di massima, il misterioso progetto per manifestazioni tennistiche: per le necessità legate al nuoto, va da sé, ma anche perché «la struttura del Centrale è stata ampiamente modificata in tempi recenti con l'aggiunta di materiali estranei all'impianto originario». Ora, tralasciando il fatto che in quell'area non è mai esistito alcun «impianto originario» e che vi sono state costruite solo strutture temporanee, l'affermazione preoccupa per l'innovativo principio che propone: perché, se delle situazioni già compromesse si dovesse prendere semplicemente atto, si dovrebbe consentire la rovina di metà del patrimonio architettonico nazionale. L'unico freno, in realtà, posto dalla Soprintendenza all'autogestione estetica del nuovo stadio consiste nell'indicare un possibile «uso del rame preventivamente brunito, accoppiato alle previste pannellature fotovoltaiche nere». È troppo chiedere che fine abbia fatto il vincolo ministeriale, apposto nell'89, a tutela della «spazialità ampia e calibrata» del Foro?
Roma. Impianti sportivi. Un patrimonio da difendere
Il testo discute la vicenda del nuovo Stadio del tennis che verrà costruito sull'area occupata dall'attuale, provvisorio Centrale. Il complesso è considerato una delle opere più straordinarie dell'architettura moderna romana. Tuttavia, il progetto previsto per il nuovo stadio è considerato inadeguato per il delicato contesto architettonico. La struttura prevista è alta come un palazzo di sette piani e circondata da negozi, e la procedura per la sua approvazione è stata affidata al Commissario straordinario per i Mondiali di nuoto.
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