Piano: «Le città devono insegnarci a vivere e a rispettare gli altri» Il 2007 per Renzo Piano è un anno di grandi festeggiamenti. La data più importante, umanamente parlando, sarà il 14 settembre, quando l'architetto (nato a Genova nel 1937) compirà settant'anni: «Ad ogni nuovo progetto dice è come se rinnovassi la mia assicurazione sulla vita». A fare da degno corollario a questa scadenza ci sono altri appuntamenti da non dimenticare: come i trent'anni del Centre Pompidou, i venti della Menil Collection di Houston, Texas, e i dieci della Fondazione Beyeler di Riehen, vicino a Basilea. Oltre a una lunga lista di progetti in corso d'opera: la Califorma Academy of Science di San Francisco, il Lacma di Los Angeles, l'Isabella Stewart Museum di Boston, il Whitney di New York, l'area ex-Falck di Sesto San Giovanni, la nuova sede dell'Intesa San Paolo a Torino. Fino agli ultimi arrivati: il «complesso» per l'Eur a Roma, la sede della Penn University a Philadelphia e (forse il più emblematico) il nuovo convento delle Suore Clarisse a Ronchamp, proprio a fianco di un capolavoro dell'architettura di tutti i tempi come la Chapelle Notre Dame du Haut di Le Corbusier. Dunque, quale regalo migliore (per chi come Piano dice: «quando mi riposo troppo mi viene il mal di testa») dell'inaugurazione dell'ennesimo, grande progetto? E così a siglare quest'anno formidabile c'è l'apertura (l'8 novembre) del grattacielo del New York Times («il primo che si costruisce a New York dopo l'11 settembre») mentre il 30 giugno prenderà corpo la cantina che Piano ha disegnato per l'azienda vinicola Rocca di Frassinelle a Giuncanco (in provincia di Grosseto). Più strettamente personale è invece il varo, il 9 giugno, della sua nuova barca, il Kirribilli («luogo pescoso» in lingua maori): «L'unico posto al mondo in cui riesco davvero a non pensare al lavoro». Logico, in qualche modo, che proprio il 2007 celebri Piano anche con una vera e propria «monografica», quella della Triennale a Milano che si apre domani: «la definitiva evoluzione delle esposizioni di Parigi e di Berlino». Dove il visitatore «non si troverà davanti ad un inutile assemblaggio di foto, disegni, modellini ma dove potrà letteralmente entrare dentro ai miei progetti, facendo un pò come Pollicino nel bosco, passo dopo passo, traccia dopo traccia». E il primo segnale, quello che si troverà nell'atrio della Triennale di Alberto Muzio («aprendo le finestre, abbiamo scoperto quanto sia ariosa, bellissima, solare») sarà subito un segnale forte: una delle travi del Beaubourg. «Le città visibili» è il titolo della mostra della Triennale. Ma quale è la sua città ideale? «Di per sé l'idea di una città perfetta dovrebbe farci sorridere, anche quella che fu del Rinascimento ma tutti, soprattutto noì architetti, abbiamo un modello di agglomerato urbano che ci frulla nella testa. Per me la città deve prima di tutto essere il luogo della civitas e della urbanitas, il luogo privilegiato dei rapporti sociali e del confronto tra le diversità. La città, intesa alla maniera della classica, polis, deve insegnarti a vivere, deve essere un luogo dove possono esistere le tensioni, non un luogo da cui fuggire. L'aria delle città dovrebbe renderci liberi e insegnarci a rispettare gli altri. Dove crede che Bush il guerrafondaio abbia trovato i propri voti? Non certo a New York o a Boston, ma nell'America delle grandi distese dove per chilometri e chilometri non si trova anima viva. E dove è l'Islam più radicale? Sicuramente non nelle città arabe dei porti e dei mercati, ma nei deserti». Se si parla di città, si parla però anche di periferie. e certe periferie, a cominciare dalle banlieue france-si, non sembrano certamente luoghi dove le paure possono svanire... «Quando le periferie diventano luogo di degrado, c'è qualcosa di sbagliato nell'idea che le ha fatte nascere. È sbagliato volerne fare dei semplici dormitori o dei ghetti di lusso, bisogna ripensare alle periferie come a veri e propri spazi multifunzionali: piazze strade e giardini che siano luoghi di incontro. E se le fabbriche chiudono, trasformiamo le periferie in fabbriche di idee, in luogo di cultura. La Harlem che io ho immaginato non è quella della violenza, ma il luogo politico di Martin Luther King, di Malcom X, di West Side Story. È il luogo d'eccellenza dove sperimentare anche nuovi sistema di crescita sostenibile, dai pannelli solari d'ultima generazione al bus all'idrogeno, che sconfiggano l'inquinamento acustico o le emissioni di anidride carbonica: la terra, l'abbiamo scoperto forse da troppo poco tempo, è fragile e vulnerabile. Bisogna trattarla bene. Oltretutto quei sistemi puliti possono aiutare l'architettura a recuperare la dimensione poetica delle origini». Tra poco si inaugurerà la nuova sede del New York Times: un progetto che la conferma come una star dell'architettura mondiale. Che effetto le fa? «Chiariamo subito e una volta per tutte: se qualcuno, mio malgrado, mi ha messo tra le star, mi dimetto immediatamente da quel ruolo. Non sono un presenzialista, non mi vesto sempre e solo di nero, non accetto tutto quello che mi viene offerto, non sputo sentenze scioccanti su ogni argomento:, come vede non sono una star. Il mestiere d'architetto non vuoi dire fare il giullare e nemmeno essere solo un visagista che fa operazione di cosmesi degli edifici. Né, tanto meno, l'architetto può contribuire a riabilitare quello che oggi si chiama trash, ma che altro non è che spazzatura. Bisogna pensarci bene quando si progetta: fare architettura non è come scrivere un brutto libro che si può anche scegliere di non leggere. L'architettura, brutta o bella che sia, viene comunque imposta a tutti. Certo anche Frank Gehry è una star, ma almeno lui è anche un vero talento. Lo star System è un disastro, assomiglia molto all'ansia da prestazione. E non serve nemmeno a granché: oggi ci si ricorda del Bauhaus, non certo del postmoderno». Cosa vuole dire per Renzo Piano essere architetto? «L'architetto deve essere al tempo stesso umanista, scienziato, poeta e soprattutto costruttore, cambiando ruolo in continuazione, da un momento all'altro. Il suo linguaggio deve essère in primo luogo quello della tecnica, deve strisciare, piuttosto che prendere il volo. Sarà forse perché io nasco da una famiglia di costruttori e, fin da piccolo, alle con mia madre ad Ovada ho preferito il cantiere. Ho sempre cercato di volare basso, di non cadere nell'accademia, di fare bottega. Ma anche di non entrare mai in nessuna parrocchia: qualche volta hanno provato a farmi entrare, ma io non l'ho mai fatto. Forse solo per timidezza». L'architettura è fatta di grandi vecchi, basti pensare a Niemeyer o a Philip Johnson. C'è un motivo? «Devi avere un pò di fortuna con la salute. Ma l'adrenalina e la tensione del progetto ti tengono vivo: sa che pochi mesi fa ho mandato gli auguri a Niemeyer (che quest'anno compie cento anni) per il suo nuovo matrimonio, con la sua segretaria? E poi è anche vero che fino a sessantanni l'architetto continua a imparare. Questo non vuole dire però che i giovani non debbano avere spazio. Ma devono essere i politici a darglielo: facendo concorsi e non affidando i progetti soltanto a quelli che conoscono. Certo, per i politici, così è tutto molto più facile, ma il progettista in questo modo è certamente molto meno libero: proprio il concorso assicura all'architetto un passaporto per la libertà». A settembre lei compirà settantanni: cosa si augura Renzo Piano per il futuro? «Egoisticamente, mi auguro innanzitutto tanta salute, per me e per i miei cari. Ma anche tanta pace: chi come me ha vissuto gli anni del dopoguerra e della rinascita ha sempre paura che quegli anni cosi difficili possano tornare e che tutto quello che abbiamo fatto finora possa all'improvviso sparire, che si debba insomma ricominciare daccapo. Ecco, proprio per questo, mi definirei un pacifista cromoso-mico, lontano il più possibile da ogni ideologia».