"Per ottobre 2008 non è immaginabilel'inaugurazione del Museo della Shoah. La data più probabile è invece ottobre 2010, entro la fine del mandato del sindaco Veltroni. È anche giusto che l'amministrazione voglia concludere il suo ciclo con un'opera di grande importanza culturale». L'architetto Luca Zevi racconta perché il 16 ottobre - anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma - del prossimo anno non sarà possibile, come inizialmente annunciato dal sindaco, inaugurare l'opera. Ad oggi i lavori non sono iniziati e manca ancora il generai contractor che dovrà edificare il museo. Possiamo prendere il 2010 come data certa? Sono molti gli intoppi, burocratici e di accettazione della popolazione del quartiere, che potrebbero rallentare ancora la costruzione. Almeno i soldi ci sono? In parte. La cifra stabilita inizialmente, sei milioni di euro, non è sufficiente. Io non sono capace di dire "realizzo il museo con 6 milioni" e poi, in corso d'opera, aumentare i costi, ho cercato quindi di far presente all'amministrazione che quella cifra non basta, anche se so bene che non potremo operare con budget analoghi a quelli degli altri musei della Shoah nel resto del mondo. Però con fondi troppo bassi si costruirebbe un'opera che deluderebbe le aspettative. Di quanto stiamo parlando? Di almeno 10 milioni di euro. Per raccogliere i fondi il Campidoglio ha comunque operato con un iter innovativo: anticiperà i fondi derivanti da oneri concessori. L'area, contigua a Villa Torlonia, è già disponibile? Abbiamo potuto progettare l'edificio in quel terreno dopo che il Comune ha offerto ai proprietari - detentori di regolare licenza per la costruzione di appartamenti -la permuta con un'altra area della città. E poi, a rallentare ancora i tempi, c'è lo scetticismo di una parte degli abitanti del quartiere che avevano pensato ad altre destinazioni per quel terreno. Insieme all'architetto Giorgio Tamburini che ha firmato con me il progetto, alla Lamaro appalti che lo ha sponsorizzato, stiamo cercando però di arrivare ad una rapida soluzione dei problemi. La scarsità di risorse come ha influito sul progetto? Il progetto è stato fatto già calcolando l'aumento di budget di cui parlavo. Con sei milioni di euro, solo contando i metri quadri, non ci si realizza nemmeno l'edilizia residenziale. Per l'allestimento il sindaco sta poi promuovendo incontri internazionali per raccogliere fondi. Il nuovo museo sarà costruito accanto all'ex residenza di Mussolini. Questo aspetto come verrà sottolineato? L'entrata del Museo della Shoah sarà proprio da Villa Torlonia attraverso un'apertura del muro di cinta. Da qui si svilupperà una lunga rampa, che abbiamo chiamato Percorso dei giusti, dove verranno ricordati tutti coloro che, non ebrei, hanno aiutato a salvare molte vite dai campi di sterminio. Questo aspetto mi pare molto significativo perché l'Italia da una parte tende a sottovalutare il suo contributo alla Shoah - scaricando le responsabilità sugli invasori tedeschi - dall'altra si tende a dire che, a causa della dittatura, era difficile opporsi ai voleri del fascismo. In realtà sono stati in molti che, rischiando la vita, hanno salvato gli ebrei e qui saranno ricordati proprio all'ingresso, nel punto che dalla villa di Mussolini porta all'interno del museo. Che ha dimensioni piuttosto ridotte.» Oltre ai problemi di budget, vi sono quelli delle norme esistenti sulle cubature. Per evitare la sindrome del "vorrei ma non posso" con Tamburini abbiamo pensato a un organismo piuttosto semplice con alcuni segni forti. Quali? Il museo si presenterà come una scatola nera che grava, sospesa nel vuoto, sulle nostre teste per tutti i conti che non abbiamo fatto con la storia. A distanza di oltre sessantanni? Ho sempre pensato che i ricordi delle intolleranze e degli stermini debbano servire a limitare quelli in corso. Con il tempo mi rendo sempre più conto però che, attraverso il ricordo della Shoah, si gioca l'autocoscienza dell'Europa. Chiuse definitivamente le polemiche con Ferrara a cui, in un primo tempo, era stato affidato il compito di ospitare questo museo nazionale? Sì, anche grazie all'accordo positivo raggiunto con la mediazione del ministero dei Beni Culturali. A Roma il museo nazionale della Shoah, a Ferrara quello dell'ebraismo italiano. Come si sviluppa il museo? Dopo il Percorso dei giusti si passa in una torre sghemba che vagamente allude a un camino, e che è uno spazio destinato a una comunicazione più emozionale. Oltre questa torre il museo si sviluppa come una rampa lungo la quale si ripercorre tutta la storia della deportazione, a partire dalla nascita del fascismo fino ai campi di sterminio. Questo spazio all'esterno sarà realizzato in lamiera metallica nera con incisi i nomi di tutti gli ebrei italiani deportati, leggibili in negativo di giorno e attraverso un sistema di illuminazione brilleranno durante la notte. Non c'è il rischio che questa scatola nera venga vissuta come un monumento funebre piuttosto che come invito alla riflessione? No, non sarà un mausoleo. Nella memoria della Shoah c'è stato, intorno agli anni Novanta, il passaggio dalla memorialistica alla storicizzazione: anche in un luogo della memoria come Yad Vashem a Gerusalemme, nato intorno agli anni Cinquanta, il museo vero e proprio è stato inaugurato solo nel 2003. Il museo della Shoah di Roma dovrà comunque connotare il suo contenuto. Come le palazzine dicono chi sono anche questo edificio dirà chi è, ma senza la spettacolarizzazione eccessiva che Eisenman ha dato al suo memoriale di Berlino. Il nostro sforzo è stato trovare la sintesi fra le esigenze di un'area urbana delicata e dare all'edificio, che ricorda la più grande tragedia della storia occidentale, una sua connotazione non pacificata. Ci sarà solo il ricordo delle vittime ebree o anche quello di zingari, comunisti e omosessuali? I nomi della facciata sono quelli degli ebrei deportati dall'Italia, ma all'interno del museo verranno ricordate anche tutte le altre vittime. Chi sarà il pubblico di questo museo? Avendo un percorso formativo i primi utenti saranno i giovani delle scuole. Credo però che a loro si aggiungeranno tanti romani e tanti turisti. Mi auguro che diventi una delle tappe del tour museale della città. Lei è nato dopo la fine della guerra. Come le è stato trasmesso il ricordo della Shoah? La mia famiglia è stata molto fortunata. Mio nonno, per quanto borghese romano radicatissimo, aveva capito che quando iniziano i periodi difficili non bisogna restare schiavi delle abitudini. E quindi decise di andare con tutta la famiglia in Israele, che non era ancora uno Stato. Solo mio padre (Bruno Zevi, il grande storico dell'architettura, ndr) è stato mandato a studiare prima in Inghilterra e poi negli Usa dove ha conosciuto mia madre Clelia Zevi, ex presidente delle Comunità ebraiche italiane, ndr), anche lei riparata in America. I miei nonni avevano saputo fare delle disgrazie un'occasione, che poi è un po' il sale della cultura ebraica. Pur non avendo avuto parenti diretti morti nella Shoah abbiamo tutti sentito una scatola nera che pesava sulla nostra testa. Oggi c'è antisemitismo? Dopo la guerra abbiamo vissuto una sorta di moratoria dell'antisemitismo. Lamia generazione di ebrei, in Occidente, è stata la più fortunata in cinquemila anni di storia. Ma oggi siamo arrivati all'azimut e comincio a vedere una certa insofferenza e sono preoccupato per figli e nipoti. Ha mai parlato con suo padre dell'Ipotesi di realizzare un Museo della Shoah? In realtà l'idea del Museo della Shoah è nata dopo la sua scomparsa, anche se con lui avevo parlato del progetto del museo delle intolleranze e delle persecuzioni immaginato quando Veltroni era ministro dei Beni Culturali. Mio padre aveva invece un senso più netto della specificità della Shoah rispetto a tutte le persecuzioni, credo quindi che questo progetto non lo troverebbe in disaccordo. Come lo giudicherebbe da un punto di vista architettonico? Lui era convinto che dalla storia bisognasse assumere il fuoco, non le fattezze. Per questo apprezzava la libertà assoluta e fuori dai canoni di Frank O. Gehry. E, visto così, il nostro museo probabilmente non è esattamente corrispondente al suo gusto. Essendo però un sostenitore dell'architettura organica avrebbe forse apprezzato lo sforzo di inserire il più compatibilmente possibile questo edificio nel contesto urbano di Villa Torlonia.