L'appello di Massimiliano Parente, pubblicato da Libero mercoledì scorso, al fine di cercare i fondi per tradurre Leopardi in inglese (iniziativa lanciata dal sito "Primo amore") ha colto nel segno. Tradurre lo Zibaldone? E perché mai, potreste dire voi, spendere i centomila euro che ci vogliono per un'opera simile. Un capolavoro, certo, ma del secolo scorso. Che possiamo leggere in italiano. In realtà, i motivi per cui una simile operazione va sostenuta e promossa sono molti. Primo. La chiacchiera su radici, tradizione e identità ha ormai raggiunto il livello di guardia. Sapidi editoriali, commenti arguti, sferzanti interventi occupano giornali e tivù. Per non dire delle collane di saggistica dei principali editori. Pochi però si prendono la briga di spiegare in cosa consistano le magiche paroline "tradizione" e "identità". La risposta di Libero è questa: Leopardi è parte del dna del nostro Paese. La traduzione nella lingua più diffusa al mondo di un'opera fondamentale della nostra letteratura da lustro e importanza all'Italia. Lo scempio degli archivi Secondo. All'estero hanno capito benissimo che il patrimonio artistico e culturale è il biglietto da visita più elegante da presentare nelle città straniere. In Italia ce ne freghiamo. Entrate nella più grande biblioteca italiana, la Nazionale di Firenze, salite lo scalone e fate un giro nella sala manoscritti, in cui è possibile consultare gli autografi dei più grandi autori italiani. Rimarrete basiti dallo sconforto. Sugli scaffali, ben ordinati, ci sono i cataloghi nazionali dei fondi manoscritti di mezza Europa. Francia e Inghilterra soprattutto hanno tirato fuori le palanche necessarie per fare bella figura in tutto il mondo. Poi passate al settore italiano: il caos totale. Non esiste un inventario completo. Esistono opere senza capo né coda, iniziate, sospese, riprese, abbandonate. Oppure polverosi li-broni compilati a mano da bi-bliotecari volenterosi. La tradizione e l'identità? L'Italia le lascia marcire perché non si può conservare ciò che non è catalogato, e quindi non sappiamo di possedere. Lo scempio degli archivi e delle biblioteche è il principale crimine di cui si sono macchiati (quasi) tutti i ministri dei Beni culturali. E l'ultima finanziaria, come più volte libero ha segnalato, peggiora ulteriormente le cose. Questa situazione disa-strosa è il principale ostacolo alla conoscenza dei secoli capitali della nostra cultura, il medioevo e il Rinascimento. A meno che non si considerino scienza le opinioni dei critici letterari molti dei quali sono all'oscuro perfino dell'esistenza del problema perché non hanno mai messo piede in una biblioteca. C'è da capirli, la ricerca di prima mano costa fatica e i nostri critici, fra una presentazione e una recensione, non hanno tempo da perdere. Terzo. Lo Stato inaugura in pompa magna inutili Fiere del libro, taglia qualche nastro, promuove qualche baggianata di importanza secondaria. A patto che sia garantito un ritorno d'immagine immediato. Investimenti a lungo termine su questioni rilevanti? Non se ne parla neanche per ridere. Che senso ha finanziare un lavoro che sarà portato a termine in un'altra legislatura da un altro ministro? Molto meglio farsi fotografare sotto il palco di Benigni, la cultura per loro è quella, coincide con la propaganda, tutto li. La gestione dei quattrini destinati alla ricerca è un altro capitolo devastante. Anni fa partecipai a un progetto di catalogazione informatica dei manoscritti miscellanei del Cinquecento, proprio per rimediare alle lacune segnalate qui sopra. Eravamo quattro gatti, i docenti a capo dell'impresa ottennero un finanziamento appena sufficiente a non fare morire di fame i collaboratori. Cosa accadde? Elaborammo un software, lo testammo. Funzionava, quindi iniziammo a inserire i dati. Quando mancavano pochi centimetri all'arrivo, cioè alla versione ufficiale del supporto informatico, il ministero chiuse il rubinetto. Ovviamente buttando a mare anche i soldi già spesi nei due anni precedenti. Che lungimiranza. Con storie simili si potrebbe riempire un libro. Se c'è qualche centro d'eccellenza, misteriosamente germogliato per i fatti suoi, come i collegi storici universitari, il ministero fa di tutto per boicottarlo: niente denari, niente sgravi fiscali, niente di niente. D'altronde per il ministro di Università e Ricerca, Fabio Mussi, la meritocrazia non è all'ordine del giorno. Come ha dichiarato di recente ad Annozero, la trasmissione di Michele Santoro, il vero problema dei nostri atenei è un problema «di classe». Ha detto proprio così, sembrava di essere nel 1948. Quarto. Ah, la questione dell'identità... Minacciata dall'immigrazione, offesa dalle culture diverse dalla nostra. Beh, se c'è un Paese che se ne frega altamente della propria identità, quello è l'Italia. Tornate per un attimo nella Biblioteca Nazionale. Uscite dalla sala manoscritti, attraversate la saletta dove si ritirano i libri. Nella stanza accanto, in un angolo troverete una fila di libri azzurri. È il Dizionario Biografico degli Italiani edito da Treccani. Un'opera che raccoglie le vite dei nostri compatrioti più illustri. Uomini di cultura, politici, scienziati. Ma anche artigiani, banchieri, cronisti, mercanti, notai e tipografi: tutti coloro che meritano di essere ricordati. La biografia (l'identità?) della nazione intera scritta da studiosi autorevoli. Il primo volume fu pubblicato nel 1960. Oggi siamo al 67 (lettera "M"). L'opera naturalmente va a rilento. I soldi sono pochi. Ma in fondo che importa? Nelle nostre sedi di rappresentanza all'estero portano di tutto, anche le mozzarelle di bufala fresche di giornata dalla Campania. Ma una copia del Dizionario probabilmente non la vogliono neanche in regalo. Sosteniamo la traduzione di Leopardi. Poi pubblicata quella, passiamo al resto. Se aspettiamo lo Stato siamo a posto. Dove sono i privati, mecenati della cultura?