Il piroscafo Polluce portava oro e argento per sovvenzionare i moti mazziniani E' stato un giallo dei mari. Ma anche un mistero della politica risorgimentale. E ultimamente è diventato un fattaccio di cronaca nera, con una squadra di avventurieri inglesi che squarciano un relitto e rubano a mani basse, salvo essere scoperti da Scotland Yard e dai carabinieri. Forse però il mistero del piroscafo «Polluce» è a un passo dalla verità. Assistiti dalla Soprintendenza archeologica della Toscana, alcuni sommozzatori del famoso reparto Comsubin, eredi dei mitici uomini-rana che affondavano le corazzate nemiche nei porti, si sono calati a cento metri di profondità e hanno recuperato una buona parte del carico. E ora si può dire che è tutto vero: a bordo del «Polluce» c'era un immenso tesoro in monete d'oro e d'argento che veniva trasportato in segreto. Non sono stati trovati i forzieri: quindi c'è da sospettare che le monete fossero nascoste in comuni bauli, tra i vestiti. Molto probabilmente erano denari raccolti in una colletta tra nobili europei, russi o forse inglesi, per sovvenzionare i moti mazziniani in Italia. Di quel tesoro se ne era perso il ricordo per quasi 160 anni. L'affondamento del piroscafo «Polluce», di proprietà della società genovese Rubattino, avvenne in una notte di buon mare del giugno 1841. A speronare la nave della flotta sardo-piemontese fu un vascello napoletano, il «Mongibello», al largo dell'isola d'Elba. Ed è questa la prima stranezza. Lo speronamento fu quasi sicuramente doloso. Così almeno ritenne la Rubattino, che chiamò in giudizio gli armatori del «Mongibello» e ottenne la loro condanna nel 1844. Il piroscafo era l'ultimo grido in tecnologia marinara: un veloce scafo in legno, con ampia velatura, integrato da due grandi ruote e un apparato motore. Era partito da Napoli, aveva fatto sosta a Civitavecchia, e dirigeva verso Livorno. A bordo c'erano aristocratici russi (in Toscana lo zar aveva aperto un consolato), una contessa napoletana, misteriosi passeggeri francesi. L'incidente - che ricorda tante tragedie dei mari - fu violento e velocissimo. Il «Polluce» riuscì a evitare un veliero. Il comandante non si accorse invece che un'altra nave a vapore era nascosta dal velame della prima e dirigeva contro la fiancata del piroscafo. Il «Polluce» - chiamato anche «Pollux» perché era stato costruito a Le Havre - andò a fondo con 100 mila monete d'oro (sappiamo dal ritrovamento che erano luigi francesi) e 70 mila pezzi d'argento (colonnati spagnoli) oltre ai gioielli di 50 passeggeri. L'affondamento del «Polluce», alla stregua di un Titanic ottocentesco, colpì l'immaginazione. Tra l'isola d'Elba e lo scoglio di Montecristo fiorirono le leggende. Non è un caso, forse, se Alexandre Dumas fa scoprire un misterioso tesoro al Conte di Montecristo proprio da quelle parti. Il racconto d'appendice fu terminato nel 1844, poco dopo l'affondamento. Di quel tesoro, valutato in milioni di euro, se ne sono spesso interessati, invece, i predoni dei mari. Ma recuperare un forziere a cento metri è impossibile senza strutture adeguate. Occorrono poi le autorizzazioni. E muoversi clandestinamente con navi-appoggio, piccoli batiscafi e palombari, a tre miglia dall'Elba, era un'impresa temeraria. Ci hanno provato nell'estate 2000 gli inglesi David Dixon, Nicolas Pearson e George Sinclaire e il francese Pascal Kanik, venditore di mappe nautiche. Finsero di cercare un relitto inglese affondato a largo di Stromboli durante la Seconda guerra mondiale e invece si piazzarono all'Elba. Fu solo davanti al catalogo della casa d'aste «Dix Noonam Webb» di Londra, nel 2002, che i carabinieri e Scotland Yard realizzarono quanto era accaduto. Ma finalmente una storia a lieto fine. Nei giorni scorsi la nave «Anteo» della Marina militare ha portato all'Elba i palombari del Comsubin. A bordo c'era anche l'archeologa Pamela Gambogi. E' stata lei a pulire le prime monete che i palombari portavano in superficie. Ed è stata un'impresa di alta tecnologia, scendere a cento metri, dapprima con un batiscafo per filmare il relitto, poi con i palombari che hanno lavorato sui blocchi di concrezione, infine spedire anche due sommozzatori esperti nelle immersioni negli abissi. I palombari hanno utilizzato scafandri tipo ADS (Atmospheric Diving Suit), giganteschi apparati pneumatici a proteggere il corpo, con pinze al posto delle mani, e un apparato telematico per monitorare i parametri vitali. Questi scafandri danno la possibilità di operare a tali profondità senza bisogno di camera iperbarica. Gli uomini del Comsubin sono addestrati all'uso degli Ads per soccorrere un sommergibile in difficoltà. «Ma grazie alla convenzione con il ministero dei Beni Culturali siamo pronti anche a questo tipo di recupero. E per noi è un ottimo addestramento», commenta il contrammiraglio Donato Marzano, comandante del reparto della Marina.
ROMA - I pirati restano senza tesoro
Il piroscafo Polluce, che affondò nel 1841, era carico di oro e argento destinato a sovvenzionare i moti mazziniani. Il relitto fu scoperto da una squadra di avventurieri inglesi, ma poi fu scoperto anche da Scotland Yard e dai carabinieri. I palombari del Comsubin hanno recuperato una buona parte del carico, comprese monete d'oro e d'argento, e sono stati utilizzati degli scafandri tipo ADS per l'operazione. La scoperta è stata possibile grazie a una convenzione con il ministero dei Beni Culturali e rappresenta un ottimo addestramento per gli uomini del Comsubin.
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