TUNISI - La parola cristianesimo fa sempre paura allIslam. Tanto che il titolo della mostra organizzata dalla Fondazione Orestiadi di Gibellina al Museo del Bardo di Tunisi è stato cambiato allultimo momento: e così "Sulle tracce del primo cristianesimo in Sicilia e in Tunisia" è diventato un più prudente "Tardoantico. Un legame comune", negando in qualche modo quella riscoperta di una pagina di storia condivisa che resta comunque il tema della mostra e del progetto. Persino la pubblicità pagata dalla Regione porta il titolo del compromesso subito dal partner siciliano. Una imbarazzata correzione di rotta da parte delle autorità tunisine che non impedisce, però, di ripercorrere il viaggio nel Mediterraneo alla scoperta di quelle tracce paleocristiane che intrecciano il passato di Sicilia e Tunisia. Si potrebbe partire dalla catacomba di porta dOssuna. Oppure da Villagrazia di Carini, con le sue catacombe pitturate, o, ancora, dal mosaico pavimentale della torre del Duomo di Cefalù per approdare nella Cartagine conquistata e rileggere la radice cristiana testimoniata dai numerosi reperti archeologici che simboleggiano, la fede nellaldilà, la pietas, il culto del martirio, la devozione a Cristo. La geografia di questa fede si dipana tra Djerba, El Jem, Sfax, tappe tunisine di un cammino che in Sicilia, invece, tocca lipogeo Bonaiuto di Siracusa, la catacomba di corso Gramsci a Marsala, ledificio paleocristiano di Selinunte. È un gioco di rimandi tra due sponde quello che si sviluppa al Museo del Bardo lungo lasse dei primi secoli dopo Cristo, e che riporta agli scambi tra i due Paesi, quando gli artigiani africani attraversavano il Mediterraneo per lavorare i mosaici delle ville romane, come quella di Piazza Armerina ma anche di Eloro e Patti. Spiega nel catalogo della mostra Mariarita Sgarlata, ispettore della Pontificia commissione di archeologia sacra per la Sicilia orientale, che un fenomeno significativo dellIsola fu la riconversione di preesistenze pagane: gli edifici di culto più importanti dei centri della Sicilia greca, cioè, vennero convertiti forzatamente in chiese cristiane. Dal tempio della Concordia di Agrigento allAthenaion di Siracusa, da Pachino al tempio di Demetra di Eloro, fu cancellato «il culto dei demoni», cercando nel contempo di sfruttare a vantaggio della nuova dottrina il movimento di folla creato dalle feste pagane. Luogo fondamentale per attestare la prima manifestazione del culto di una martire, Santa Lucia a Siracusa, è la catacomba di San Giovanni: liscrizione di Euskia rinvenuta nel cubicolo di Eusebio e databile al quinto secolo, certifica che la defunta ebbe il privilegio di morire nel giorno consacrato a Santa Lucia. Un documento che conferma lantichità della devozione alla patrona, le cui spoglie erano presumibilmente conservate nellomonima catacomba. Palermo risponde con la testimonianza di una primitiva comunità cristiana alloggiata nella zona oltre il Papireto, in quella frontiera Nord-ovest che delimitava la città antica. Si tratta della catacomba di porta dOssuna, venuta alla luce in modo casuale nel diciottesimo secolo, le cui pareti probabilmente erano intonacate o in qualche caso anche pitturate. Spiega Amedeo Tullio, docente di tecniche di scavo archeologico dellUniversità di Palermo, che lunica iscrizione rimasta, e conservata al Museo Salinas, parla di una bambina morta dopo soli 29 giorni. La mappa paleocristiana palermitana porta anche al di là di un altro fiume del trapassato remoto, il Kemonia, dove sorgeva la catacomba di San Michele, probabilmente di uso familiare viste le dimensioni ridotte. Ben più i vasti sono i complessi catacombali di Villagrazia di Carini, i più grandi della Sicilia occidentale, situati in unarea assai popolata. Il lacerto di mosaico pavimentale scoperto nel Duomo di Cefalù, invece, lascia ipotizzare la preesistenza di una piccola basilica paleocristiana anche in quel territorio. Certo è che la Sicilia occupava anche allora una posizione strategica nel rapporto tra Africa e Roma del dopo-Cartagine: un ruolo centrale che favorì una prosperità economica e sociale e di conseguenza la creazione di piccoli nuclei abitati che crescevano accanto agli insediamenti urbani. Nascono così, a partire dal quarto secolo, circa trentun chiese rurali, fulcro di altrettanti insediamenti sparsi nel territorio siciliano e distribuiti nei distretti diocesani. Scrive Rosa Maria Bonacasa Carra, ordinario di archeologia cristiana, che tra queste sedi diocesane spiccava la "ecclesia carinensis", diocesi rurale che si sviluppava nellarea dellodierna Carini. Il trionfo del Cristianesimo nella Sicilia del quarto secolo passa attraverso una diffusione lenta e faticosa, che penetra in un tessuto diffidente. Nel momento in cui lIsola si apriva alla religione cristiana, il ruolo di asse tra il nord Africa e la capitale aveva caratterizzato il territorio con un forte pluralismo, grazie alla presenza, accanto ai primi cristiani, di masse pagane e minoranze ebraiche. Le radici culturali precedenti al cristianesimo, infatti, mostravano di voler resistere dando vita a forme di superstizione pagane. Nellarea degli Iblei, per esempio, documenti pagani, devozionali e magici, attestano la diffusione di un sincretismo religioso negli ambienti rurali e periferici. Lepiscopato siciliano si dimostrò fedele a Roma, soprattutto nella crisi con la presenza ariana, che nel quinto secolo causò episodi di intolleranza religiosa. Lalba del cristianesimo siciliano, spiega ancora la Carra, guarda al mondo romano nella scelta delle architetture funebri. Ne è un esempio la basilica di Salemi, baricentro di un insediamento tardoantico in quel crocevia che collegava Lilibeo a Panormus. Ma cè un documento, lepigrafe musiva della Ecclesia mater di Tabarka che registra tutte le caratteristiche architettoniche in comune tra le chiese paleocristiane dellAfrica e della Sicilia. E nella sponda sud, in quella Tunisia non più pagana? Taher Ghalia, direttore del Museo del Bardo, forte dei reperti della sua collezione, spiega che la maggior parte dei mosaici funerari testimoniano temi prettamente cristiani come la fede del defunto nella salvezza oltre la morte, la fede nellaldilà, il culto dei martiri. Anche la fontana di vita è uniconografia che rimanda alla fede nella vita eterna, mentre i bambini ritratti in preghiera, simbolo di innocenza, sono limmagine della "pietas". Numerosi i simboli di Cristo, come il monogramma costantiniano o la croce, mentre è impressionante la simbologia biblica di un mosaico proveniente da Younda che raffigura Betlemme, Gerusalemme, il santo Sepolcro e il Golgota. Ed ecco, allora, la straordinaria fonte battesimale di Demna Wadi Ksab, la coppa di vetro dorato di Cartagine, la croce processionale della chiesa di Alessandro di Bulla Regia. Una mappa africana che si intreccia con quella che al Bardo è arrivata dai reperti dei musei siciliani, da Palermo, Marsala, Lipari, Siracusa, Agrigento. Ludovico Corrao, presidente della Fondazione Orestiadi, si affida al mito dello stormo di colombe che ad ogni primavera da Erice raggiungeva il tempio di Sicca Veneria, nei pressi di Cartagine, mentre dallAfrica altre colombe volavano fino alla Venere ericina.