INTERVISTA con il curatore e critico, autore di un pamphlet dal titolo "Lo potevo fare anch'io" in cui demolisce alcuni «mostri sacri» come Guttuso, Manzù, Arnaldo Pomodoro: «Sono artisti di confusione di massa» Qalche anno fa il Turner Prize, uno dei principali premi d'arte contemporanea del globo, fu vinto da Martin Creed. La sua opera consisteva nell'accendersi e spegnersi della lampadina in una stanza. Se lo credete un oltraggio, l'artista seguiva semplicemente la lunga scia lasciata da Marcel Duchamp. Geniale, scacchista, amante delle donne e ironico, nel 1917 espose un orinatoio (nuovo) in una galleria d'arte intitolandolo Fontana. Con quel suo gesto dirompente spianò la strada a gran parte dell'arte venuta dopo. La conseguenza è che di fronte a manifestazioni d'arte contemporanea avrete sicuramente sentito dire, oppure l'avrete detto voi stessi, Lo potevo fare anch'io. E la fatidica frase da ora il titolo a un divertente e provocatorio saggio di Francesco Bonami edito da Mondadori (collana Strade blu, pagine 166, euro 15). Senza tanti riguardi linguistici il critico lancia strali verso gli artisti che detesta (parafrando Sabina Guzzanti definisce Guttuso, Plessi, Vangi, Manzù e Arnaldo Pomodoro «artisti di confusione di massa» e all'ultimo della serie dice «hai davvero rotto le palle»); con ironia osserva che a Piero Manzoni servì notevole precisione nell'inscatolare le sue «merda d'artista»; cita Massimo Boldi e Fabio Capello (ma sbaglia scrivendo che ai Mondiali del 70 l'Italia sconfisse la Germania per 3 a 2 e non 4 a 3). Fiorentino, classe 1955, senior curator al Museo d'arte contemporanea di Chicago, già direttore della Biennale di Venezia del 2003, responsabile artistico delle fondazioni Sandretto Re Rebaudengo a Torino, Pitti Immagine Discovery a Firenze e il centro d'arte contemporanea Villa Manin presso Udine, Bonami è uno di coloro che detta l'indirizzo dell'arte oggi. Chi esclama «Lo posso fare anch'io» non lo fa perché prova scoramento di fronte a lavori che tecnicamente non richiedono particolari capacità tecniche? «Sì, ma perché siamo rimasti legati al concetto di un'arte connessa a una tecnica. Invece da Duchamp in poi è l'idea a contare, a prevalere, e quindi la realizzazione non è sempre collegata alla qualità tecnica». Ma se un'opera non richiede abilità speciali, non corrisponde un po' al concetto dei «reality» dove far bene qualcosa, tipo recitare, è irrilevante se non dannoso? «Ma è il pensare un'opera che è difficile, è ciò che distingue chi la immagina da chi non la immagina. Lo fu anche concepire i tagli sulla tela come fece Fontana, che peraltro esigono moltissima precisione e un gran talento. È simile a uno che fa soldi con una fabbrica calzini: è semplice, ma vale chi ci ha pensato prima». Come chi capì che 2 più 2 fa 4? «In qualche maniera sì». Ma perché l'uso della materia non è un discrimine tra il capolavoro o la bufala? «Artista è chi sa creare una situazione, chi sa porre una domanda allo spettatore. Estremizzando, tanti ottimi artigiani potrebbero scolpire il David però è stato Michelangelo ad aver avuto quella visione. Rispetto al passato il discorso si è spostato al campo del pensiero, ma non è vero che corrisponde al non saper far niente. In un mondo di immagini l'artista è in grado di pensare qualcosa che momentaneamente esce dal mucchio e prova a dire qualcosa». Lei elogia Cattelan, artista capace di stendere al suolo un finto Papa Wojtyla colpito da un un meteorite: cosa dice questo artista? Non è che l'infrangere le regole è diventato parte integrante di un'industria culturale in cerca di continue novità? «Cattelan fa scultura usando materiali non classici, applica sistemi di altri contesti, come la pubblicità. Lui ci parla della morte, della paura, spesso del fallimento: il suo piccolo scoiattolo (non vivo) in una piccola cucina piena di piatti sporchi è l'immagine straziante di un fallimento da cartone animato. Con i manichini dei bambini impiccati a un albero di Milano Cattelan ci narra delle immagini di violenza che ci circondano e quel che accade a dei bambini è lo scandalo più grande di tanta violenza». Bonami, se la prende con un cantante come Bocelli e con artisti come Botero, Arnaldo Pomodoro e Manzù: cos'hanno che non va? «Sono fenomeni di successo preconfezionato. In una recensione sul New York Times il critico si scusava perché quello che scriveva non sarebbe piaciuto ai lettori, ma non poteva non dire che, anche se la Carnegie Hall si era riempita per il cantante italiano, a suo giudizio Bocelli non sapeva cantare. Botero è brutto però ha successo perché si camuffa con i mezzi dell'arte "alta" mischiando fumetto e pubblicità. Però il sistema della comunicazione non permette di giudicare, il giudizio non importa più nulla». Parliamo di quadri. Lei critica la Transavanguardia: non trova però che, insieme a quanto accadeva in altri paesi, quel movimento abbia rinnovato la pittura? «Dopo gli anni 70 la pittura è tornata a livello internazionale come fenomeno di grosso riflusso perché c'era bisogno dell'oggetto. La Transavanguardia era innovativa all'inizio, i suoi pittori dipingevano adottando linguaggi popolari: Ghia il fumetto, Clemente era un grande... Poi, quando hanno capito di essere diventati pittori con la "p" maiuscola, hanno collassato. Oggi non hanno più idee. Lo stesso vale per il loro dio, Achille Bonito Oliva: un grande critico negli anni 70 e 80, poi ha cominciato a credere troppo alla propria parte». Ma tanta arte di oggi non risponde anche a una moda? «L'arte del nostro tempo non è giudicabile con gli stessi criteri di quella antica, che ha già superato il filtro storico. Nel presente il giudizio rimane sommario. Tra 20 anni potremo dire se Cattelan ha cambiato l'arte, ma chi parla di moda sbaglia: alla loro epoca erano di moda anche Giotto, i manieristi, il Barocco... Le rivoluzioni artistiche vanno giudicate dopo, per capire se hanno lasciato un segno».
Bonami: l'arte? Falla tu se sei capace
Francesco Bonami, curatore e critico, ha scritto un pamphlet intitolato "Lo potevo fare anch'io" in cui critica alcuni artisti considerati "mostri sacri" come Guttuso, Manzù, Arnaldo Pomodoro e Cattelan. Bonami definisce questi artisti "artisti di confusione di massa" e afferma che la loro arte non richiede particolari capacità tecniche. Il critico sostiene che l'arte contemporanea è più legata all'idea che alla tecnica e che molti artisti moderni sono più interessati a creare situazioni e porre domande allo spettatore che a creare opere d'arte vere e proprie.
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