Anche dietro a un Michelangelo sì nascondono storie di precarietà. Scrive un archeologo, in una lettera recapitata alla Fillea Cgil: «Prendo 40 euro al giorno, per otto ore di lavoro, dalle 7,30 alle 16,30, e lo stipendio non mi viene accreditato neppure tutti i mesi, perché l'azienda per cui lavoro mi paga quando prende i soldi delle commesse che si è aggiudicata, io però tutti i mesi devo pagare affitto, luce; acqua, gas...». Di Beni culturali si è parlato ieri, a Roma, nel corso di un convegno nazionale, «Beni culturali: cosa c'è sotto?», organizzato dalla Fillea Cgil e dalle imprese e cooperative che nel settore operano. Obiettivo, arrivare alla costituzione di un tavolo interministeriale (Lavoro, Infrastrutture e Beni Culturali) «passaggio indispensabile per porre il sistema dei beni culturali all'interno di una economia di crescita del territorio». «Una sfida interessante - la definisce Iivia Potolicchio, coordinatrice nazionale Fillea restauro - Perché parte dai problemi evidenziati dai sindacati e dalle imprese». Difficile quantificare il numero dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolte. «E' un mondo polverizzato - aggiunge Potolicchio - dove tutti sono sostanzialmente precari». Secondo la Fillea Cgil si tratta di circa 30 mila lavoratori, tra archeologi e restauratori, tutti laureati e specializzati. Il 52 dei quali con contratti a progetto e, neanche a dirlo, orari fissi quotidiani di entrata e di uscita. Tra i principali problemi, il progressivo definanziamento del settore e il sistema degli appalti, dove continua a valere il sistema del massimo ribasso. A poco sono servite le norme migliorative del 2004, che introducevano il principio dell'«offerta economicamente più vantaggiosa». Di fatto si arriva a punte di ribasso superiori al 30. «Manca una valutazione complessiva che tenga conto della struttura d'impresa e dell'organico per esempio» conclude Potolicchio. Senza contare la mancanza di riconoscimento dei titoli professionali, la disomogeneità dei percorsi formativi e le basse retribuzioni di lavoratrici e lavoratori.
Beni culturali. Un mondo di giovani precari e appalti al massimo ribasso
Un archeologo ha scritto una lettera alla Fillea Cgil, descrivendo le difficoltà che affronta nel suo lavoro. Lui prende 40 euro al giorno per 8 ore di lavoro, ma il suo stipendio non viene accreditato tutti i mesi. L'azienda per cui lavora paga i soldi delle commesse che si è aggiudicata, ma lui deve pagare affitto, luce, acqua e gas. Un convegno nazionale sulla gestione dei beni culturali è stato tenuto a Roma, dove si è parlato del sistema dei beni culturali e delle difficoltà che affrontano i lavoratori e le lavoratrici del settore.
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