NESSUNO L'HA venerata, tanto che non si trovava su un altare, e non risulta essere mai stata ridipinta. E la tela era tanto rada da perdere colore: al punto che qualcuno l'aveva fissata alla cornice con delle puntine da disegno. Eppure la Santa Elena della chiesa di Sant'Andrea a Fabiano Alto è un'opera di tutto rispetto, con quasi 400 anni di vita. E per questo la Soprintendenza Ligure, diretta dallo spezzino Piero Donati, si è battuta per il suo restauro: che sarà presentato domani alle 16,30, con tutti i suoi misteri, presso il museo civico "Amedeo Lia", presenti l'assessore provinciale Federico Barii e il direttore del museo, Andrea Marmori, che cura la visita guidata insieme a Pia Spagiari, funzionario dei beni culturali della Regione. Sant'Andrea è un "contenitore modesto", in quanto a struttura esterna, rispetto ad altre chiese di prestigio, come la Pieve di Santo Stefano di Marinasco,o la chiesa biabsidata di San Venerio. Donati ne è consapevole: ma tale modestia, sottolinea, è "ampiamente compensata" dalla qualità dei dipinti e delle sculture che ha conservato. «Da Fabiano proviene la trecentesca "Madonna col Bambino" in marmo - sottolinea - che insieme alla sua compagna di Marinasco accoglie il visitatore all'inizio del percorso del Museo Diocesano. Ed è a Fabiano che sono stati individuati almeno tre dipinti, due su tela e uno su ardesia, che hanno rilevanza per la storia dell'arte». Donati cita fra questi la Santa Elena, per la quale è stato possibile ottenere dal ministero per i Beni e le Attività culturali i fondi necessari al restauro, con una perizia del 10 novembre 2004, culminata nel restauro, opera di Cesare Pagliero. Elena, di famiglia plebea, era stata ripudiata dal marito, il tribuno militare Costanzo Cloro: ma quando il figlio Costantino divenne padrone dell'impero, venne riabilitata, con il titolo di "Augusta". Fu lei a convincere il figlio a emanare il famoso editto con il quale si concedeva ai cristiani libertà di culto: ma anche a ritrovare la tomba di Cristo, scavata nella roccia, e la croce del Signore e dei due ladroni. Morì nel 330. «Ci è parso opportuno presentarla agli spezzini - sottolinea il professore -che stentano a percepire la loro città come custode di importanti opere d'arte». Tela dei Seicento, Santa Elena è ricca di misteri. Non sono note, ammette Donati, le circostanze del suo arrivo a Fabiano. Misura 155 per 115 cen-timetri, ha una tela dotata di cornice antica dorata a foglia, restaurata anch'essa. Ed è attribuibile a Francesco Guarino, nato nel 1611 e morto nel 1654, uno dei protagonisti della scuola napoletana nel secolo XVII. È collocabile nel quarto decennio del secolo. «Dal punto di vista tecnico, presenta aspetti contraddittori - anticipa il Soprintendente - l'eccellenza della condotta pittorica, e la selezionata tavolozza, non trovano rispondenza nella qualità del supporto, una tela assai rada. Questa è stata la causa prima delle numerose cadute di colore». Chi commissionò il quadro, insomma, volle un gran pittore, con grandi colori: ma usò una tela di poco valore. E poi, scelse una santa poco legata al territorio. Perché? Donati, domani, proverà a tentare una ricostruzione storica, raccontando come sia stato necessario rifoderare il quadro, e applicarlo su un nuovo telaio, per poi passare alla stuccatura delle lacune, all'integrazione e alla verniciatura: pur di salvarlo. L'incontro fa parte della rassegna "Fasto Privato e Teatro Sacro", dedicata alla cultura barocca nel territorio spezzino, con possibilità di visite guidate, prenotandosi al numero 0187-731100. Il progetto si è aperto con l'inaugurazione della mostra "Firenze fra Cinque e Seicento, bronzetti e sculture della collezione Lia", in corso al museo fondato grazie alle donazioni di Amedeo Lia: uno spaccato del secolo in cui si formò lo scultore Pietro Tacca, fortemente condizionato dall'arrivo del Giambologna in Italia. Questi organizzò il suo lavoro con l'ausilio di numerosi allievi, fra i quali Antonio Susini, presente in mostra con due stra-ordinari bronzi derivati da un modello del maestro, raffiguranti la Vergine e San Giovanni, dolenti ai piedi della croce. Era della bottega anche il Tacca, fra i discepoli che permettevano al Giambologna di soddisfare l'enorme richiesta di opere, grazie agli stampi e alle matrici originali. Spiccano in mostra il "Cavallo in corvetta", riconduci-bile a Ferdinando Tacca, figlio di Pietro nel 1640, e le "Vedute di Firenze" pubblicate nel 1744, opera di Giuseppe Zecchi.