ESCE in questi giorni in libreria (edizioni Umberto Allemandi C.) il IV Rapporto Annuale di Federculture, l'associazione che riunisce Regioni, Enti Locali, Aziende di Servizio Pubblico Locale e tutti i soggetti che hanno responsabilità di programmazione e gestione nel settore della cultura, del turismo, dello sport e del tempo libero. E' una fotografia dei nuovi modelli di sviluppo culturale rilevati nel Paese, messi anche a confronto con la più vasta realtà europea. Dal ritratto emerge, in cifre, come la cultura e le sue manifestazioni siano ai primi posti dei nuovi bisogni collettivi, ma non godano delle stesse eccellenze nella considerazione dello Stato. Ne parliamo con Roberto Grossi, segretario generale di Federculture, nonché direttore generale dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, curatore della pubblicazione e autore dell'articolata introduzione, piena di spunti creativi, analitici e propositivi. Che la cultura sia un buon investimento è una mentalità davvero acquisita? Di quali strumenti ha necessità per affermarsi ulteriormente? «Ormai da qualche anno il fermento, non solo ideale, verso l'arte, la cultura, l'ambiente naturale e la storia è, nel nostro Paese, un dato di fatto. E se devo rispondere sinteticamente alla seconda domanda, dico, senza esitare: c'è bisogno di qualità. Le città, o le località, che hanno puntato sulla qualità delle loro offerte, hanno ottenuto, su tutti i piani, i maggiori successi». A fronte di un sempre stentato impegno dello Stato nei confronti della Cultura (benché attualmente si tenti di ovviare in qualche modo al trend negativo), è massiccio il sostegno finanziario degli Enti Locali. La parte del leone la fanno addirittura i Comuni. «Le Regioni e gli Enti Locali considerano il finanziamento alla Cultura, ormai da diversi anni, tra le priorità della programmazione pubblica. E benché nel 2006 gli investimenti siano diminuiti, a causa della ridotta capacità di spesa delle amministrazioni, ben diverso continua ad essere l'impegno dello Stato rispetto a quello delle realtà regionali e locali. Nonostante la positiva inversione di tendenza innescata dall'ultima Finanziaria, in Italia il rapporto fra la spesa per la Cultura e il bilancio dello Stato è. per il 2007, dello 0.29, contro lo 0,35 del 2002. Siamo tra i fanalini di coda fra i grandi Paesi europei. A fronte di questo. Comuni come Roma, che arriva quest'anno (nello stanziamento preventivo) al 4,7 del proprio bilancio, Genova o Milano, testimoniano invece di essere i sostenitori più solidi e determinati del settore». Anche i privati, in Italia, fanno ormai la loro parte. «Benché ancora limitato rispetto a quello degli altri Paesi, l'apporto dei privati, in Italia, è in netta ascesa. Rispetto a! 2005, gli investimenti sono aumentati di un buon 2,5». Parliamo dì spettacolo dal vivo. Di teatro. «Per la prima volta in Italia il pubblico del teatro ha superato quello degli stadi e degli eventi sportivi: 13,5 contro 12,7 miliOni di spettatori nei primi sei mesi dell'anno passato. Il dato è già circolato e ha suscitato giusto scalpore. Il settore teatro, dopo una lunga crisi, sta miglio-rando i programmi, la gestione, la comunicazione. Un confronto significativo? Nei teatri nazionali francesi, nel decennio 1996-2006, c'è stato un calo di presenze del 12». Il rapporto di Federculture dimostra in ogni caso che in Italia il consumo culturale aumenta in tutti i settori e in tutte le tipologie di offerta. «Vero. Musei, mostre d'arte, teatro e musica sono in ascesa. Allargando il discorso, è sempre più evidente che la partita della qualità della vita va giocata fino in fondo, tenendo in gran conto che i cambiamenti climatici, le immigrazioni, l'industrializzazione di Paesi come la Cina e l'India rischiano di dare scacco allo sviluppo mondiale degli ultimi secoli. Che è comunque centrato sul modello culturale ed economico espresso dai Paesi europei, tra cui, assolutamente in primo piano, l'Italia. Intanto, mentre noi collaboriamo a restaurare i grandi musei e i beni culturali dell'Iraq, ad esempio, certo fondamentali per la storia dell'umanità, rischiano di chiudere per carenza di finanziamenti e di organico i nostri archivi storici, unici al mondo; non vengono abbastanza tutelati i grandi siti archeologici e monumentali; e il patrimonio paesaggistico è continuamente preso d'assalto dalle speculazioni e dal cemento». Occorre fare attenzione anche alla qualità del cosiddetto "turismo culturale". «"Le Monde", il grande giornale francese, ha titolato: Italia, quando il turismo uccide l'arte, E' chiaro il riferimento ai flussi straripanti e mal gestiti di turisti che affogano i nostri luoghi d'arte e di cultura. La critica è forse eccessiva, ma dobbiamo ammettere che il turismo mordi e fuggì" non è il più auspicabile e pone dei problemi reali, di non facile soluzione. Gli stessi amministratori locali, quasi tutti, sono ormai convinti che occorre puntare a un turismo più educato, attento e consapevole». Qualche dato? «Un dato positivo c'è. Nel 2006 il turismo nel nostro Paese si è come risvegliato. Ma pensiamo che nel 1970 l'Italia era al primo posto assoluto fra le mete turistiche degli stranieri, mentre è oggi scesa al quinto». Cultura e tecnologia. Quale rapporto? «Dando ormai per scontato il bisogno, da parte, del pubblico, di offerta culturale qualitativamente alta, l'innovazione tecnologica è uno dei fattori determinanti per promuovere questo sviluppo. Sia sul piano della produzione, sia su quelli dell'informazione e dell'accesso ai beni culturali. Eppure l'Italia è assai indietro rispetto all'innovazione tecnologica applicata alla cultura. Ha fatto il giro del mondo la notizia che, nonostante i controlli elettronici, dopo due ore di fila all'ingresso degli Uffizi a Firenze, sono passati con i visitatori oggetti che avrebbero potuto mettere a serio rischio le opere d'arte. Oppure, pensiamo al progetto per la Biblioteca Digitale Italiana: partito nel 2000, ancora non vede..la luce, mancano i: fondi e solo poche istituzioni italiane hanno beneficiato; tra il 2001 e il 2006, dei 36 milioni di euro stanziati dall'Unione Europea per la digitalizzazione del loro patrimonio culturale». Come fare, senza rinunci are all'utopia, a ottimizzare lo "sfruttamento" di ciò che abbiamo? «La frase con cui ci definiscono all'estero è, per lo più, belli ma disorganizzati. Dovremmo proprio organizzare o ri-organizzare tutto: parchi archeologici, musei, teatri, sale da musica, auditori, aree multifunzionali. I Comuni sono stati i primi a farlo, non solo stanziando fondi, ma rendendosi conto dell'assoluta necessità di questa riforma, ovviamente legata a Quella tecnologica».