AI "PREDATORI dell 'arte perduta ", i ladri dell'archeologia saccheggiata, la branda piace moltissimo. Se la coccolano. Se la dìsputano. Fanno a chi ce l'ha migliore. La ordinano in Inghilterra. Sono addirittura sulle spine, aspettandone l'arrivo, ma non perché amino particolarmente riposarsi: anzi, intercettandone le telefonate, i carabinieri dello speciale comando per la tutela del patrimonio artìstico, nucleo di bari, certificano quanto siano "stakanovisti". Nottetempo, lavorano la vigilia di Natale, e perfino nelle feste comandate: come il 2 giugno, quella della Repubblica; e il Primo maggio, giorno dei Lavoratori, ma evidentemente, non di quelli come loro, un po' (diciamo così) irregolari. Ascoltando quelle comunicazioni, i carabinieri che dal 2000 al 2002 compiono l' "Operazione Pandora", s'accorgono che di questa branda, i "tombaroli" parlano tantissimo. Iniziano a insospettirsi quando ascoltano che, «per tararla», mister Paul, un ingegnere, verrà spedito appositamente da Londra a Capodichino. E ben presto capiscono: la "branda" è un metal detector. Il più potente in commercio. Il collaudo, avviene mediante un bottone di metallo: a 40 centimetri, sotto «uno strato di pietra lavica e mattoni», aziona il cicalino del marchingegno, che, per giunta, «lavora su tutti i metalli». Il bronzo delle statue; l'oro e l'argento dei corredi dei sepolcri; il ferro delle armature e degli scudi antichi. Resta, tuttavia, la curiosità di quel nome, evidentemente gergale: perché i "tombaroli", che agiscono specialmente in Campania, con logiche predilezioni per l'area pompeiana, ed in Puglia («tombe a cupole grosse, una vallata intera: sono centinaia di chilometri d'un terreno pianeggiante, e quindi buono per noi»), questo loro rilevatore lo chiamano proprio così? Ma anche il secondo mistero dura poco: si scioglie il giorno in cui i carabinieri, ascoltando una volta tanto una telefonata che non fa il rapporto di quanto si è scavato la notte precedente, bensì comunica i progetti per l'indomani, compiono un appostamento. Fotografano i "predatori" mentre vanno al lavoro; li aspettano e li accerchiano dopo. Anche per sequestrare loro tutto il materiale, "branda" compresa. Un metal detector, che servono due persone per lavorarci: ciascuna lo tiene per le estremità, con robuste cinghie, a li vello del terreno; e una di loro, lo porta in spalla: per amplificarne la potenza, tutto attorno c'è un rettangolone di metallo, che, appunto, lo rende simile a una branda. E anzi, ne ha addirittura quasi le dimensioni. Si spiega che «localizza le tombe, fa la stratigrafia del terreno, indica anche la percentuale dei metalli che vi è contenuta». La "branda" è un oggetto costoso, e prezioso. Non "lavora" con tutte le condizioni atmosferiche (per esempio, quando è troppo freddo, nei giorni del gelo, funziona male); è anche uno strumento delicato: tanto che, per azionarlo, occorre gente preparata; e quindi, alcuni tra i "tombaroli" vengono accuratamente addestrati. Già il primo giorno, la "branda" compie miracoli: «Non appena usata, rileva una zuppiera di bronzo, a un metro e 30 centimetri»; «suscita le meraviglie di altre squadre», evidentemente di scavatori clandestini impegnati in zona. Però, una volta, la "branda" si comporta in modo strano: «Parte la chiamata», cioè viene emesso il suono, «ma dopo, mentre scaviamo, il segnale si attenua». Occorre capire perché, e si fanno congetture. Il problema s'è manifestato «in un'area di terreno colore del tufo, un "pampascione" frollo», spiega uno, sempre al telefono. E l'altro, il capo che evidentemente ne sa di più (se no, che capo sarebbe'?): «Sono palle di terreno, che hanno minerali; roba di molti milioni di anni fa». Il primo, tuttavia, non è convinto: «Esce roba bruciata, guarda che sono di sicuro dei meteoriti». Bum, come le sparano grosse i "predatori". Sta di fatto che l'enigma non si risolve, e il problema si ripete. «Devi chiamare quella ragazza che parla la lingua e contattare l'ingegnere». I carabinieri aspettano a Napoli, aeroporto di Capodichino. Scende mister Paul, l'ingegnere. E' atteso. Il gruppo va nel posteggio; in un portabagagli, la preziosa "branda", Mister Paul provvede. L'indomani, il capo fa sapere che «gli ho dato 20», evidentemente milioni: da Londra, anche il "diritto di chiamata" si paga più caro. Nonostante la "branda", però, non tutto fila sempre liscio: «Le tombe si sono riempite d'acqua, e abbiamo perduto gran parte degli oggetti scoperti; abbiamo preso solo il manico d'una brocca di bronzo». L'altro non capisce, forse meglio non crede: il capo degli scavatori deve spiegare come mai è stato impossibile il recupero; «abbiamo tirato l'acqua per quattro ore, ma forse, in fondo alla tomba, c'era un buco». Comunque, da Londra (e «viaggia in aereo»), arriva un'altra "branda", «ancora più potente». «Prima era automatica; ora l'hanno fatta anche manuale, che è meglio; costerà un paio di milioni», allora ancora di lire. Dieci giorni dopo, già consegnata: pronta per Fuso. Ecco «un oggetto importante, figure di animali, 30 centimetri di circonferenza»: un vaso evidentemente in bronzo, o comunque metallo; roba pregiata. E il 21 dicembre 2000, «ieri notte abbiamo recuperato un paio dì zuppiere, ma sai, sono davvero grosse». L'Operazione Pandora dei carabinieri per la Tutela del Patrimonio artistico si riversa in un'inchiesta di Foggia; poi, passa per altre sedi; infine, approda a Roma. Agisce, come sempre, il Pm Paolo Ferri: ormai, si dedica in maniera particolare a questo settore; «in 12 anni, quanti ne avrò inquisiti? Credo almeno duemila, tra tombaroli, mercanti internazionali, intermediari». Il capo di questo gruppo si chiama Orazio Di Simo-ne, è nato a Gela 64 anni fa. Lui non si sporcava le mani: dirigeva una serie di "squadre", tra 5 e 7 scavatori ciascuna. Aveva svariati referenti, sparsi in tutt'Italia: ognuno controllava il proprio settore, diciamo così, di scavo. «Sono l'amico di Montalto»: appuntamento il giorno dopo, a una pompa di benzina, per visionare alcuni oggetti. La vera base di Orazio è, al solito, la Svizzera: Lugano, anche perché lui non parla le lingue. Di Simone ha rapporti con tanti bei nomi del "processo Getty", in corso a Roma contro il grande mercante parigino Robert Bob Hecht e Marion True, l'ex curator del museo Getty. Come Robin Symes, il commerciante di Londra che al Getty, per esempio, vende la Venere di Morgantina (18 milioni di dollari, nel 1988): in un report, Symes spiega che, Di Simone, al quale emette anche parecchie fatture, andava qualificato come un «nostro esperto di monete». E nell'indagine di Foggia, poi approdata a Roma, spunta anche il nome di George Ortiz, 70 anni, boliviano trapiantato a Ginevra, "re dell'alluminio": grande e misterioso collezionista, «noto agli archivi di polizia per i traffici d'opere di antichità». Mentre, tra i protagonisti dell'indagine, c'è Raffaele De Monticelli, un altro celebratissimo "scavatore" pugliese: uno tra i pochi colpito da misure di prevenzione. Gli hanno sequestrato il patrimonio, non può lasciare il luogo di residenza. Al suo nome, è intestato un nutrito faldone dell'archivio svizzero sequestrato a Gianfranco Becchina. Un giorno, i carabinieri lo bloccano, su una Volvo: quattro cellulari attivi (subito cambia le utenze, tanto che anche i "suoi" devono faticare per trovarlo), una serie di schede telefoniche non soltanto italiane, sei milioni (erano ancora lire) in contanti. E le fotocopie dei propri interrogatori: a Roma, davanti al Pm Paolo Ferri, «per esportazione clandestina d'enormi fortune archeologiche». Così, il cerchio si chiude, e tutti i conti tornano. Tranne quelli dei "tombaroli": ormai, la fetta più copiosa del loro mercato s'è volatilizzata. Sono venuti meno gli acquirenti: i grandi musei americani (almeno per adesso) hanno smesso di comperare.
Il Messaggero
14 Maggio 2007
I nuovi tombaroli a caccia di tesori con il metal detector
FA
Fabio Isman
Il Messaggero
Artista / Persona
Bene culturale
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