Nellultimo secolo di intervento unitario cè solo il sacco edilizio ------------------- Immaginare un luogo in cui ci si contrapponga o ci si trovi veramente daccordo, ci si ascolti con autentica curiosità, un luogo in cui si eserciti il pensiero e la critica, è davvero difficile. In più, la disperata ricerca del consenso, ha praticamente cancellato le condizioni per la naturale formazione dellopinione pubblica. Un meticoloso lavoro di distruzione delle condizioni per edificare, da non confondere con la critica la cui intelligenza viene di solito ignorata per lasciare posto al risentimento di chi ne è oggetto, sembra una caratteristica della nostra cultura. Lo descrive con precisione lo psicanalista Francesco Corrao in unintervista del 1980 a Roberto Andò: «La tendenza alla trasgressione, la spinta al sotterfugio, e il gioco della violenza attivata e proiettata con la diffidenza e il sospetto, inducono una difficoltà di aggregazione, difficoltà di condividere progetti comuni, uno sfondo continuo di incredulità riguardo al progettare, una lesione della dimensione del futuro anche il più immediato che corrisponde a questo tipo di adagio: "non vale la pena progettare perché tanto non si può realizzare, non vale la pena realizzare perché tanto sarà distrutto"». Solo di recente hanno incominciato a registrarsi piccoli cambiamenti di condotta; lamministrazione comunale attuale, per esempio, dopo un lungo periodo di inazione ha scelto di portare a termine alcuni dei progetti avviati dalla precedente (la marina, altri cantieri). Qualunque sia la ragione, si è realizzata di fatto una forma di continuità di azioni, ma anche una discontinuità - io prendo il tuo programma ma lo faccio mio perché voglio appropriarmi del risultato e nel fare questo ho bisogno di un valore aggiunto, mi metto in gara con te e lo faccio sul piano dellarchitettura e della comunicazione - questa competizione-cooperazione tra due amministrazioni opposte, questa specie di duello a distanza ha prodotto una nuova imprevista qualità. Il risultato involontario dovrebbe fare riflettere sugli aspetti specifici dellarchitettura, sui vantaggi di una eventuale competizione tra idee e ipotesi in pubblico, sul fatto che la rifondazione della città, può essere uno straordinario luogo di esercizio dellopinione pubblica se cè unipotesi riconoscibile, che sia sotto gli occhi di tutti, e la cui messa a punto diventi un lavoro continuo di verifica e unoccasione per nuove scoperte. La caratteristica più forte di questa città consiste nella stratificazione e nella frammentarietà dei progetti e delle azioni. Quasi niente è portato a termine, quasi niente crea una vera struttura, ma sono riconoscibili frammenti di grandi disegni, o di grandi aspirazioni, a volte smisurate. Sono i resti inquietanti e fiabeschi che rappresentano le diverse culture che il tempo è andato ricomponendo pragmaticamente; oggi sono i frammenti di un provincialismo che per secoli non ha permesso di riconoscere risorse autentiche e disponibili, mania di grandezza che non si accompagna quasi mai a una visione terrena, allesercizio dellimmaginazione attraverso ciò di cui si dispone, ad una specie di utopia concreta. A parte loriginaria fondazione punico-romana, e le seguenti rifondazioni, araba, medievale-normanna, cinquecentesca, barocca e infine settecentesca-illuminista, la più recente è del 1892 e ratifica la grande espansione verso Nord, derivata da un modello urbano importato e lontano dalla struttura della città in quel momento. Da allora la città non è stata più "rifondata", a meno di volere considerare atto di rifondazione il posizionamento dei quartieri di edilizia popolare a vantaggio della rendita di posizione. Lestensione e la forma che la città ha preso fino ad oggi riguarda la fenomenologia del cosiddetto sacco di Palermo. Non si possono riconoscere altri atti organizzativi fatti in nome della collettività che facciano identificare come moderna lattuale città di un milione di abitanti. Di recente ci sono state diverse occasioni di rifondazione mancate: i campionati mondiali di calcio del 1990, che ci hanno lasciato uno degli stadi più brutti che conosciamo; i giochi universitari del 1997, che non ci hanno lasciato il Parco e gli impianti sportivi progettati da Alvaro Siza Vieira per la Bandita; la conferenza dellOnu del 2002, che ci ha lasciato una grande quantità di frammenti eterogenei ed eclettici sparpagliati per la città senza alcuna strategia dinsieme; mentre negli ultimi mesi, con il permesso di Calvino, avremmo potuto includere Palermo rifondata tra "Le città invisibili". Penso che sulla città contemporanea ci sia uninsufficienza di descrizione. Non parlo di analisi, come direbbero gli urbanisti, ma di una forma di osservazione. Descriverei Palermo come un esteso paese costruito, attraversato, dalla costa verso linterno, da alcune aree allungate, vuote e con una vegetazione selvaggia o erudita. Per la grande scala, la forma e la disposizione, per la loro stessa natura, sono veri e propri Parchi e danno forma alla città contemporanea. Assomigliano a quello che Gilles Clement definisce come «il terzo paesaggio». Vi si condensano qualità e materie speciali: sono trasversali, e vengono in contatto con parti diverse della città, hanno una bassa densità di costruzione e unalta densità di materiali significativi; sono in certo senso aree archeologiche: ci sono resti di antichi insediamenti, giardini storici di grande valore botanico e larcheologia industriale, fino allinquietante e ricca «archeologia del moderno» degli spazi residuali. Alcuni sono parchi in senso proprio: il "Parco storico" della Favorita, quello "agricolo" di Ciaculli, quello "fluviale" dellOreto; altri possiamo riconoscerli attraverso un lieve slittamento del nostro «atto di vedere», ma anche concretamente: il "Parco delle piazze", che si susseguono dalla piazza della Pace fino a piazza Indipendenza; il "Parco delle Ville", fatto di recinti contigui, dallUcciardone, alle Ville Gallidoro, Bordonaro, Inglese, Garibaldi, Trabia e Malfitano-Withaker fino allarea del favoloso Genoard intorno alla Zisa, che potrebbe essere un magnifico giardino contemporaneo; il "Parco del Ring", piccoli spazi disseminati lungo limpronta resistente delle mura quasi scomparse. E infine il "Parco della costa", linea dallo spessore variabile che va da Villabate a Mondello e incontra possibili giardini sul mare (villammare, molo trapezoidale, angolo nord del porto, molo Acquasanta), e alcune piazze Marine. "Parco", in un senso metaforico ma anche precisamente come «materia» o «condizione che tiene insieme». Senza fare distinzione, per un momento, fra centro storico e periferia, descriverei Palermo, come qualunque altra città: una geografia complessiva e un paesaggio artificiale. Non la descriverei come una città fondata su una «croce di strade», perché penso che questa sia solo uneredità coloniale, un modello inadeguato a descrivere la città reale contemporanea. La «croce di strade» è unicona, va bene per il turismo, identifica la città ma non può servire agli esperti per riconoscerne le risorse, e per lavorare alla sua trasformazione. Cè una bellezza trasversale in questa città che può diventare visibile a patto di abbandonare per un momento la sua immagine oleografica e di avventurarsi in una esplorazione forse meno erudita ma più affidata a ciò che i nostri occhi sono in grado di vedere della condizione contemporanea.
la Repubblica
13 Maggio 2007
PALERMO- Quale progetto per la città futura
RO
Roberto Collovà
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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