Missione di pace significa anche preservare la memoria di un popolo. Lo sanno bene i mille carabinieri italiani, presenti in Kosovo da quattro anni. I nostri militari infatti, nell'ambito del contingente Nato e della missione disciplinata dalla risoluzione 1244 dell'Onu, grazie alla loro specificità di forza armata e forza di polizia, oltre a riportare ordine e legalità nel tormentato Paese balcanico attraverso il nucleo multinazionale Msu (Multìnational Specialized Unit), sono anche direttamente impegnati nella tutela del patrimonio artistico di questa regione. Qui esistono infatti preziose testimonianze delle radici cristiane dell'Europa, chiese e monasteri risalenti al Medioevo e decorati con affreschi di altissimo valore artistico paragonabili alle opere del nostro Giotto. Da quattro anni però questo patrimonio corre il rischio di essere distrutto. E questa incomprensibile sorte è già toccata a 122 edifici religiosi che dalla line della guerra a oggi sono stati fatti saltare in aria dagli estremisti musulmani albanesi che vogliono cancellare ogni segno della presenza cristiana serba dal territorio kosovaro. Dopo che i bombardamenti Nato all'inizio di giugno del 1999 hanno costretto alla ritirata le truppe del leader serbo Milosevic, fermando il massacro dei kosovari di etnia albanese, la vendetta dei guerriglieri albanesi si è diretta contro tutto ciò che rappresentava l'oppressore in fuga. E così alla fine del giugno '99 è andato in fumo il trecentesco monastero della Sacra Trinità di Rusinica con la sua antica biblioteca e le sue preziose icone; negli stessi giorni è finita in briciole la coeva chiesa della Vergine di Suva Reka, con i suoi affreschi bizantini. E lo stillicidio di vandalismi e distruzioni non si è fermato neppure nei mesi successivi Tuttora, a distanza di quattro anni, l'odio etnico non si è sopito: i pochi serbi rimasti sono ancora obiettivo d'attacchi, vivono reclusi in enclave vigilate dai soldati della Nato e per uscire a fare la spesa sono costretti a chiedere la scorta. Basti pensare che solo qualche settimana fa due ragazzi serbi di Gorazdevac sono stati uccisi da un cecchino mentre facevano il bagno in un fiume vicino casa. In questa situazione ancora incandescente, vengono guardati a vista anche i monasteri superstiti che sono stati trasformati in zone militari, dove si accede solo superando i controlli di almeno un paio di checkpoint. Ai militari italiani, impegnati nel controllo del Kosovo nord orientale, è spettata la vigilanza di due dei monasteri più antichi e importanti, quelli di Decani e Pec. «Decani è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco e il patriarcato di Pec è considerato il cuore della chiesa serbo ortodossa. Entrambi risalgono al 1200 e conservano testimonianze artistiche di inestimabile valore», spiega il tenente dei carabinieri Fabio Ficuciello, ufficiale del Nucleo di Tutela del Patrimonio Artistico. A lui il nostro ministero dei Beni Culturali ha affidato una missione pilota: censire i tesori del Kosovo. In sette mesi di permanenza nella regione, il tenente Ficuciello, inquadrato nel nucleo di polizia militare e coadiuvato tecnicamente dal maresciallo Raffaele Priore, è entrato nelle chiese, ha parlato con i monaci, fotografato e filmato gli edifici, gli affreschi e gli arredi sacri che si sono salvati dai saccheggi e dalla distruzione della guerra civile. Il censimento ha riguardato anche le moschee, alcune delle quali risalenti al 1500, che sono state incendiate dalle milizie serbe prima della ritirata. Ma mentre ora gli edifici di culto musulmani non sono più minacciati e vengono ricostruiti anche grazie ai finanziamenti dei Paesi arabi, per le chiese l'assedio continua. «Gli ultimi due attentati risalgono al novembre scorso: le chiese di Durakovac e Ljubovo, a cui erano stati tolti i presidi, sono state minate e fatte saltare in aria», ricorda il tenente. Quegli attacchi hanno convinto il comando Nato della necessità di proseguire la vigilanza armata di questi monumenti. Lo stesso comandante della forza di stabilizzazione Kfor, il generale italiano Fabio Mini, si e personalmente impegnato a garantire sicurezza a questi luoghi e a chi vi abita. L'obiettivo è quello di continuare nella difficile opera di stabilizzazione del Paese e di consentire ai profughi serbi di rientrare nelle loro case, in modo da ricreare un Kosovo multietnico in cui le diverse culture e religioni possano pacificamente coesistere. Un traguardo che finora l'amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite, diretta dal tedesco Michael Steiner non è riuscita a raggiungere. Ora questa responsabilità è passata nelle mani dell'ex primo ministro finlandese Harri Holkeri, nominato all'inizio di agosto nuovo governatore della regione che, nonostante le spinte autonomistiche albanesi, è ancora parte del territorio della Jugoslavia. Nel frattempo, anche grazie ai nostri militari, oltre le sbarre e i cavalli di Frisia, la vita tra le antiche mura dei monasteri continua a scorrere scandita dai ritmi del lavoro e della preghiera. A Pec, diciotto monache e quattro novizie ortodosse custodiscono le tre antichissime chiese dove dal 1346 ha sede il Patriarcato Serbo. E per sostenersi coltivano l'orto e allevano e vendono trote. A Decani trenta monaci, con le barbe che scendono sul petto e i lunghi capelli raccolti in una coda di cavallo, lavorano la terra, producono un'ottima rukjia, un distillato di frutta, e hanno una falegnameria e un laboratorio dove realizzano icone secondo tradizionali tecniche e stili che non mostrano cedimenti alla modernità. La tecnologia trionfa invece in un'altra parte del monastero, nello studio di Padre Sava, che ha realizzato un sito Internet (www.kosovo.com) dove tiene i contatti col mondo e denuncia la situazione in cui i serbi del Kosovo devono vivere. Tra i monaci di Decani e i nostri militari il rapporto di buon vicinato ha un po' alla volta lasciato spazio a una sincera cordialità. Anche perché i religiosi serbano il ricordo di altri carabinieri che già durante la Seconda guerra mondiale, dal '41 al '43, hanno difeso il monastero dalle incursioni di bande di estremisti albanesi. Nei registri degli ospiti illustri c'è traccia delle testimonianze degli ufficiali impegnati in quegli anni difficili nella protezione dei monaci e degli edifici sacri. II testimone di quei carabinieri è stato raccolto oggi dai loro colleghi. E, i monaci, superata un'iniziale diffidenza, hanno apprezzato questo impegno a diftesa di un patrimonio che, prima ancora che serbo, è di tutto il mondo cristiano. «All'inizio i religiosi erano un po' sospettosi nei confronti di noi uomini in divisa», spiega sempre il tenente Ficuciello. «Prima di riuscire a fotografare e catalogare le opere d'arte di cui sono gelosi custodi, abbiamo dovuto spiegare il senso del nostro lavoro. Poi hanno compreso che la nostra opera servirà a scoraggiare nuove razzie e a intralciare il commercio delle opere che sono già state trafugate e che, attraverso l'Albania e il Montenegro, hanno preso la via dell'Occidente. I dati raccolti infatti sono così finiti nella nostra banca dati che, nei 54 anni di esistenza del Nucleo di Tutela dei Patrimonio Artistico, è diventata la più fornita al mondo. «Visto il successo dell'iniziativa kosovara, l'esperimento è stato ripetuto inviando in Iraq anche alcuni nostri militari specializzati, che stanno censendo i beni archeologici di quel Paese», continua il tenente Ficuciello. «Le rotte dei traffici internazionali d'arte ormai passano proprio in quei Paesi dove, per l'esistenza di situazioni di conflitto, nessuno si è ancora preoccupato di realizzare una legislazione di tutela dei beni artistici. Un problema non semplice da risolvere. Ma noi carabinieri fin d'ora stiamo facendo la nostra parte».