Quanto vale una futura excaserma? Dipende da tre elementi: la dimensione e la qualità dell'edificio e della relativa area scoperta; la sua localizzazione in città; la nuova destinazione d'uso consentita dal piano regolatore. La terza caratteristica è decisiva anche per l'utilità sociale, cioè quanto la città "guadagna" dalla trasformazione da struttura vuota al nuovo miglior uso che se ne farà. Difficile stabilirne il valore senza questa cruciale informazione. Di ciò però non si è preoccupata la Finanziaria 2007 che ha avviato con nuove procedure le dismissioni degli immobili della Difesa, prevedendone esplicitamente quattro tranche, una ogni sei mesi, ciascuna «del valore complessivo pari a 1.000 milioni di euro». Il decreto per la prima tranche è stato firmato il 27 febbraio e contiene l'elenco di 201 beni. Il valore di ciascuno di quei beni nessuno lo sa, ma il totale deve fare per legge un miliardo di euro. Non è questo l'unico paradosso della procedura avviata, che si inserisce in una storia che in vent'anni (tutto iniziò con Immobiliare Italia, pensata da Guido Carli) ha registrato ben pochi successi. La stessa suddivisione in tranche presenta un'evidente difficoltà. Basta scorrere l'elenco dei primi 201 beni per rendersene conto. Ce ne è uno a L'Aquila, due a Roma, tre a Milano, sette a Piacenza, tredici a Bologna e così via. Solo in quest'ultima città sono pronti ad avviare, con il protocollo d'intesa firmato ieri, il programma dei nuovi usi. Nelle altre meglio aspettare che sia noto l'insieme dei beni. Inoltre, in Finanziaria è anche previsto che invece delle dismissioni vi siano "permute" tra Difesa e gli Enti Territoriali. Anche in questo caso vi sarà l'intervento non solo della Difesa e degli enti locali, ma anche dell'Agenzia del demanio e del ministero dei Beni culturali nei casi in cui dovrà essere applicato il Codice Urbani. Di qui la necessità di grandi "tavoli" dove tutti gli attori siano presenti. In fondo, però, sono tutti problemi di dettaglio rispetto all'importanza di ripartire e in qualche modo ci siamo riusciti. Proviamo allora a considerare le due maggiori questioni che oggi si pongono. Primo: chi decide cosa. Anzitutto, bisogna tener conto della qualità dei beni in questione: lo ricorda la stessa Finanziaria. Ai sensi del Codice Urbani (e successive modificazioni: questa aggiunta è assai importante) si deve anzitutto accertare se si è in presenza di beni appartenenti al nostro patrimonio culturale. In tal caso, non solo le dismissioni devono essere sottoposte a procedure molto rigorose, ma anche le destinazioni d'uso ammesse ne saranno condizionate. C'è infatti un aspetto che il Codice sottolinea e che la Finanziaria trascura: la parola «valorizzazione» cambia significato a seconda che si tratti di beni culturali oppure no. Nel primo caso, vuoi dire «promuovere lo sviluppo della cultura». Nel secondo, la valorizzazione come è detto in Finanziariaè a fini economici; e gli interventi possono comprendere anche vere "ristrutturazioni" non comprese tra i lavori "conservativi" che il Codice ammette, anzi richiede, per il patrimonio culturale. Tale ambiguità è temuta dalle (poche) persone di cultura che si occupano del problema, come non si stanca di ricordarci Salvatore Settis (vedi il suo intervento su Repubblica del 4 maggio scorso), autore del bel «Progetto per Mantova», che ha un approccio di cui in molti casi avremo bisogno. Secondo: quali prìorìtà. Le dismissioni e le permute non risolvono solo i problemi della Difesa, che sono pur molto importanti. Basti pensare a Piacenza dove la prevista permuta dovrà anzitutto garantire che resti efficiente un polo produttivo dell'esercito che ha mille dipendenti civili e che nella storia industriale della città è stato un essenziale "incubatore" di formazione professionale e di crescita imprenditoriale (le tante imprese meccaniche fondate da ex dipendenti dell'Arsenale). Ma devono anche contribuire a risolvere un po' di questioni delle nostre città. In particolare, due priorità (sebbene altre potranno essere pensate per ciascun caso): i parcheggi e i collegi universitari. Se non liberiamo strade e piazze dalle macchine che giorno e notte vi sono parcheggiate non riusciremo mai a ridurre la congestione e l'inquinamento dei centri storici. Ogni spazio libero che viene disponibile nei centri, rovinati da cinquant'anni di automobilismo senza coscienza civile, dovrebbe essere prioritariamente destinato a parcheggi. Privati eo pubblici, collettivi eo individuali, sopra eo sotto il suolo, basta che si riesca a sgombrare strade e piazze restituendole agli scopi per cui furono costruite: la mobilità, la breve sosta, entrare e uscire da un negozio, chiacchierare con un amico. Siamo l'unico Paese al mondo che negli ultimi vent'anni ha raddoppiato la rete delle Università, quasi sempre senza averne costruito i relativi collegi. Abbiamo portato l'Università al domicilio degli studenti, garantendo così che i giovani anche a vent'anni e più potessero continuare godere dei servizi della loro mamma. Unico Paese al mondo in cui più del 90 degli studenti universitari vive in casa. È entusiasmante l'idea di trasformare in collegi universitari molte caserme dove tanti hanno in passato fatto il servizio militare, a volte anche imparando a leggere e scrivere. Ed è chiara l'impor-tanza di dotare dei necessari collegi universitari le città dotate delle Università vere, che si impegnano a migliorare il nostro capitale umano anche attirando studenti da tutto il mondo.