A Roma si diventa barocchi fin da ragazzi. Lultima moda giovanile è lex voto, in varia forma. Il primo «lucchetto dellamore» su Ponte Milvio lha messo lautore di "Ho voglia di te", Federico Moccia, la notte di vigilia delluscita del romanzo, «per non deludere i lettori». In pochi giorni è stato imitato da centinaia di lettori e non lettori. Tutta la gioventù, non solo romana, è ormai neobarocca. Ma nella capitale più che altrove si assiste al tripudio di corpi adornati di tatuaggi, piercing, creste colorate, ombelichi e unghie arabescati. Senza contare i chilometrici graffiti metropolitani, sullo schema inconsapevole dello schema e infinita variazione, che ossessionano i muri e i consigli comunali. E il Barocco che avanza, altro che i barbari. Il barocco, lo spirito del tempo, in rima con scirocco e col languido carattere romano. E questa ne è la nuova capitale. Walter Veltroni, senza forse averlo letto, mette in pratica la profezia sessantottina di Guy Debord, per cui nella società dello spettacolo sarebbe stata Roma e non New York il nuovo centro e laboratorio universale. Lespansione degli ultimi anni è impressionante. Il turismo in crescita al ritmo costante del 12 per cento annuo significa che i ventisei milioni di visitatori di oggi diventeranno cinquanta milioni nel 2012. Lofferta di spettacoli, secondo una ricerca condotta allUniversità di Urbino su "Roma cè" e "Trovaroma" di Repubblica, è aumentato dal 2001 del 90 per cento. LAuditorium, inaugurato nel 2002 fra mille polemiche sulla sua utilità («Tutti dicevano: chi volete che vada in quel posto squallido a vedere un concerto, invece di godersi Roma?» ricorda Renzo Piano), è diventato in cinque anni la prima istituzione culturale dEuropa per presenze di spettatori. E raddoppiato il turismo congressuale e fieristico e per ospitare tutti, dicono alla Fiera, «ci vorranno quattro Nuvole di Fuksas». Vengono tutti, da tutto il mondo, e presto o tardi diventano romani. Più che un potere a Roma comanda uno stile, il barocco appunto. Non che i gruppi di potere non esistano e non siano forti, ma si limitano a vicenda e soprattutto si disperdono in una città gigantesca per storia e dimensioni, lunica vera metropoli italiana. Dentro i confini di Roma troverebbero posto le altre otto grandi città: Milano più Napoli, Torino, Genova, Palermo, Firenze, Bologna, Catania e ne avanza un pezzo. Chi comanda allora? I grandi palazzinari, da Caltagirone a Toti a Bonifazi, prosperano ma non sono più i padroni della città come negli anni Ottanta. Il Vaticano e lOpus Dei tornano a dettare legge in Italia ma molto meno a Roma che rimane, come scriveva Pasolini, «la meno cattolica delle città del mondo», saldamente ancorata a un costume pagano, precristiano. Il mitico Geronzi di Capitalia deve comunque scendere a patti con la globalizzazione dei mercati finanziari e scegliere fra gli assalti stranieri, il rischio di fusioni, o la corte del milanese Profumo di Unicredit. Le grandi aziende della capitale, da Alitalia a Rai, le più barocche aziende del pianeta, più dei ministeri, sono avviluppate da un crisi forse fatale. Veltroni e il veltronismo, la politica romana insomma, più che esercitare un potere lo rappresentano, muovendosi con cautela nella mappa degli interessi cittadini. «Non esistono più le classi sociali» ragiona lo scrittore Vincenzo Cerami. «La borghesia raccontata da Moravia è sparita nellindistinto del generone, polverizzata nel rito dei circoli. La plebe romana, chera rimasta uguale dai tempi del Belli, è pure scomparsa, omologata dal consumismo come aveva annunciato Pasolini. La nobiltà infine è soltanto pittoresca». Lessenza del potere è nel culto barocco dellimmagine, ecumenico, comune alle oligarchie indigene e importate, laiche e religiose. Per riassumere con una battuta di Giulio Andreotti, il più romano de Roma dalla morte di Sordi: «Significa che laltro giorno sono andato a un raduno di cattolici e mi sono domandato per tutto il tempo chi fra Veltroni e Sodano fosse il sindaco e chi il cardinale». Roma ha assorbito benissimo in poco tempo londata di anti politica e anti romanità. Oggi nessuno riesce più a distinguere, nei languidi riti della buvette di Montecitorio, un berluscones o un leghista da un vecchio deputato democristiano. Bossi e Maroni sono diventati veri politicanti da accordo sottobanco, Berlusconi si è adattato per naturale propensione alla capitale, scenario perfetto di una politica spettacolo. Quando ha ristrutturato Palazzo Chigi da premier, lha disseminato di opere di maestri barocchi della falsa prospettiva. «Si è molto romanizzato» ammette Fedele Confalonieri. «Da anni si fa portare a spasso da Gianni Letta» aggiunge con malizia un collaboratore. Il salotto televisivo romano ha omologato ogni spinta ideale, buona o cattiva, in un canovaccio rituale, lha precipitata in un Seicento con uso di tecnologia, dove conta soltanto la ricerca dell"effetto sorpresa". Nel rapido rovesciamento di sentimenti degli italiani nei confronti della capitale, «da Roma ladrona a Roma padrona», secondo la formula di Ilvo Diamanti, ha giocato un gran ruolo lazione del sindaco. Walter Veltroni che sera rifugiato al Campidoglio da sconfitto nel 2001 e promette di uscirne da futuro leader nazionale del Partito Democratico, con sondaggi plebiscitari. Ora, il fenomeno Veltroni ha due tratti, il locale e il nazionale, anzi linternazionale, vista la popolarità anche allestero e le copertine dei settimanali stranieri. Il segreto locale, almeno il principale, è daver reso più sicure e vivibili le periferie, le terrificanti ex borgate romane. Lordine, la sicurezza è il terreno sul quale la sinistra europea sta perdendo o ha perso tutte le capitali, la prima ragione per cui il voto popolare delle vecchie "cinture rosse" corre impaurito a destra, da Parigi a Berlino, con la parziale eccezione di Londra. Veltroni è percepito come un uomo dordine ma senza le asprezze e i bracci di ferro dun Cofferati. E Roma è percepita dai cittadini e dai visitatori come la capitale più sicura dEuropa, con Lisbona. «Non ho mai lasciato sole le periferie» si vanta lui ed è vero alla lettera. Lubiquità veltroniana in città è leggenda («Ao cè de novo er sindaco!») e il Time scrive ammirato «E letteralmente ovunque». Ma il segreto del successo esterno, universale, del Veltroni sindaco, sta nel ruolo di gran cerimoniere del neobarocco. Al culto dellimmagine Walter cè portato per gusto, natura, cultura e nascita, romano e figlio di uno dei più geniali dirigenti della storia Rai. Che cosè in definitiva il neo barocco? «La prevalenza dei valori estetici su tutto il resto» sintetizza Omar Calabrese. «Nei due sensi, il negativo e il positivo. La ridondanza spettacolare che maschera il vuoto ma anche il pensiero complesso, il dubbio, lassenza di fanatismo». La fine delletica, della politica, delleconomia per un eccesso di complessità, travolte allora come oggi dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, il trionfo della finzione. Roma ne è il palcoscenico ideale. «Barocco è il mondo e il G. ne descrive la baroccaggine» scriveva Carlo Emilio Gadda nel commento alla Cognizione. Per capire lUrbe veltroniana, culla di un evento quotidiano, vale la pena di leggere un mirabile saggio del poeta francese Yves Bonnefoy "Roma 1630". Le analogie non si contano. I fuochi dartificio a Castel SantAngelo e le luminarie al Colosseo, i concerti gratuiti, le notti bianche, le feste e i festival a tema: cinema, matematica, filosofia, letteratura, artisti da strada. Il prestigio sociale degli artisti, il fiorire continuo di mostre e nuove gallerie. E un miracolo continuo di barocco sacro e profano, il moltiplicarsi delle chiese, settanta costruite dal Giubileo, e il raddoppio in cinque anni delle prostitute straniere sui viali. I rinnovati culti delle fontane e di Villa Borghese, con la Casa del Cinema, la riapertura della quadreria e il ritorno ai fasti della Casina Valadier, il nuovo Globe Theatre simil scecspiriano. Il riaffiorare del sottosuolo romano, grazie ai lavori delle due nuove metropolitane, che rimandano alle prime scoperte delle catacombe alla fine del sedicesimo secolo. La stessa presenza di artisti e in particolare grandi architetti di tutto il mondo, in una città dove non si costruivano opere pubbliche dai tempi del fascismo e che in un decennio inaugura o progetta lAra Pacis e la Chiesa di Tor Tre Teste di Meier, lAuditorium di Piano, la sede Alitalia di Rogers, la città dello sport di Calatrava, la nuvola di Fuksas, la città dei giovani di Koolhaas ai Mercati Generali, e ancora i progetti di Zaha Hadid, Gregotti, Decq, Aymonino. Tanta profusione di spettacolo spiega il ritorno di "Roma padrona", ma non risolve lantica diffidenza degli italiani verso la capitale che è una delle origini della «patria mancata». In "Massa e Potere" Elias Canetti elenca i simboli in cui sidentifica lo spirito nazionale nei vari popoli europei, la foresta per i tedeschi, la flotta navale per gli inglesi, la corrida degli spagnoli, le montagne degli svedesi. Ma quando arriva a noi liquida: gli italiani non hanno un simbolo di nazione perché «la presenza di Roma lo impedisce». Un curioso destino ha sempre fatto coincidere le epoche di splendore della capitale con la miseria del resto dItalia. Sarricchisce dopo lUnità e durante il fascismo, quando il Paese simpoveriva. Il celebrato 1630, lanno più felice e festoso del Barocco romano, coincide col più nero della crudele storia italiana, quello della peste manzoniana che fa un milione di morti, in proporzione più delle guerre mondiali, e trasforma in enormi lazzaretti e cimiteri le altre capitali, Milano, Napoli, Genova, Palermo. Nel piccolo dei nostri tempi non tragici, la forte crescita delleconomia romana dal 2001 al 2006, alla media del 4 per cento, è contemporanea al più lungo periodo di crescita zero del Pil nazionale. I "furbetti del quartierino", comprando e rivendendo palazzi, accumulano fortune quando il capitalismo produttivo va a rotoli. Daltra parte Roma è immune dai drammi della deindustrializzazione per assenza delloggetto. I destini separati di nazione e capitale continuano a non incrociarsi mai. Ed è vero che i romani lo vivono meglio degli altri. In tanti anni non cè mai stata una reazione alle campagne anti romane, accolte in città con sufficienza e sarcasmo, con lolimpica superiorità testimoniata perfino nello striscione esposto dai tifosi romanisti nella trasferta a San Siro: «Quando voi vivevate nelle palafitte noi eravamo già froci». Ma accanto allodio cè sempre lamore, laltro nome di Roma. E in fondo i quattro grandi interpreti dellanima barocca di Roma nei secoli, in pittura, architettura, letteratura e cinema, sono stati due milanesi di nascita, Caravaggio e Gadda, un terzo di formazione, il ticinese Borromini, e un padano come Federico Fellini. «Lessenza di Roma i romani non la vedono, soltanto chi arriva la coglie e se la porta con sè» conclude il poeta Valentino Zeichen. «Solo i viandanti capiscono che gli autentici cieli di Roma sono i soffitti dei palazzi barocchi».