Ci restituisca in cambio le statue dei Fileni IL COLLEGIO Romano del ministro Rutelli non ha fatto una piega. Anzi, ha battuto le mani e s'è affrettato ad esprimere soddisfazione con un comunicato. Insomma, la sentenza del Tar che il 23 aprile scorso ha bocciato il ricorso di Italia Nostra e ingiunto al Bel Paese di restituire alla Libia del colonnello Gheddafi la Venere di Cirene è piaciuta al Dicastero per i Beni Culturali. «Il ministero aveva perorato a favore di questa decisione, coerente con l'azione in corso a livello internazionale da parte italiana, e intende dar corso alla restituzione della statua», recita la nota del Collegio Romano. Che spiega, poi, i motivi di tanta disponibilità: la sentenza del Tar costituisce un importante precedente giuridico, soprattutto nel passaggio in cui sottolinea come la restituzione non sia un depauperamento del patrimonio artistico-archeologico nazionale, ma offra «un precedente utile per promuovere il recupero, a favore dell'Italia, di reperti trafugati da altri Stati». Insomma, restituiamo quel poco che abbiamo sottratto per vederci ridare quel tanto che ci hanno preso. Anche perché la bilancia sicuramente penderebbe dalla nostra parte. Vale a dire: meglio far ritornare un obelisco di Axum in Etiopia per far valere il principio, per esempio, che il Paul Getty Museum di Malibù ci deve rimandare la Venere di Morgantina. Il ragionamento non farebbe una grinza se quell'obelisco non giacesse ancora in pezzi in terra africana (mentre da noi, a Roma, svettava solido sullo sfondo del Circo Massimo) e il museo del magnate americano non continuasse a fare melina sulla mirabile scultura siciliana. Ma tant'è, noi rimaniamo paladini del politicamente corretto e restituiamo senza contropartite. E invece al posto della Venere di Cirene, quel levigato corpo senza testa rappresentante Afrodite, quella raffinata copia ellenistica del II secolo dopo Cristo della perduta Venere di Cnido di Prassitele, che ci può ridare la Libia? C'è qualcosa nella rovente terra africana di proprio nostro, per fare a cambio con la statua acefala rinvenuta nel 1913 dalle truppe italiane in territorio libico? C'è, eccome, ed è l'Archeoclub di Roma a ricordarlo, rilanciando - ora che il Tar ha decretato che la Venere deve sloggiare dal Museo Nazionale Romano - una proposta di due anni fa. Dice Romolo Augusto Staccioli, docente di antichità italiche all'università «La Sapienza» di Roma e presidente dell'Archeoclub capitolino: «Noi gli ridiamo quella meraviglia ellenistica, peraltro esposta come si doveva nel più prestigioso museo archeologico italiano. Loro ci tornino indietro le statue dell'Arco dei Fileni, qualcosa di valore assai inferiore perché non risalgono all'età ellenistica ma al ventesimo secolo, ma che sono un pezzo della storia della presenza italiana in Libia e della nostra arte del Novecento». L'Arco dei Fileni fu fatto costruire in epoca mussoliniana, nel 1937, su progetto dell'architetto Florestano Di Fausto per commemorare la costruzione di un'altra opera italiana in terra libica, una strada, la via Balbia, che prese il nome da Italo Balbo, governatore della Libia. Un'opera magniloquente, come del resto erano quelle del regime, un gigante di marmo bianco nel chiarore abbacinante del deserto. Aveva un solo fornice, alto e stretto, due corpi laterali, un coronamento con triplice fastigio e iscrizione in latino, tratta dal Carmen saeculare di Orazio e perfetta per la retorica mussoliniana: Alme Sol, possi nihil urbe Roma visere maius (Almo Sole, nulla possa mai tu vedere maggiore di Roma). Completavano il monumento una sorta di ara in cima e due colossali statue in bronzo, i fratelli Fileni, proprio sotto l'iscrizione. «Ebbene - spiega Staccioli - in quella sperduta località della Sirtica, al confine con la Cirenaica, i due colossi sono stati gettati a terra, in conseguenza della decisione dei libici, nel 1973, di smantellare l'arco italiano e di accantonare da una parte le due statue, dall'altra gli altorilievi lapidei, con scene tipiche del repertorio iconografico sabaudo-fascista. Io mi ci sono fatto una foto davanti, a sigillare il degrado in cui si trovano». Perché allora, adesso che la Venere sta per ritornare per sentenza di tribunale nella terra dove fu trovata, la Libia non ci restituisce i fratelli Fileni? Perché il Collegio Romano non avanza la richiesta, perché non se ne fa carico il Governo? Quelle statue, oltretutto, rimandano a una suggestiva pagina di storia raccontata da Sallustio nel De Bellum Iugurtinum. È la contesa tra la greca Cirene e l'africana Cartagine sull'estensione delle rispettive terre. Una diatriba alla quale pose fine un accordo tra le due città: da ciascuna di esse, alla stessa ora, sarebbero partiti due uomini e lì dove i «maratoneti» si sarebbero incontrati avrebbero fissato i confini. Ma quando l'incontro avvenne nacque una nuova disputa e i due cartaginesi, i fratelli Fileni, si rifiutarono di retrocedere, come chiedevano a torto quelli di Cirene, sostenendo che erano partiti prima. Ne scaturì addirittura una rissa, nella quale i Fileni furono sopraffatti e seppelliti vivi sul posto. A ricordare la carneficina vennero costruiti due altari che diedero il nome alla località, Arephilenorum. Il confine, insomma, tra quella che gli antichi chiamavano Africa, ad ovest, e la Cirenaica, ad est. Nel 1937 le statue dei Fileni, poste in cima all'arco in posizione supina, volevano ricordare quell'avvenimento lontano, avvolto in un'aura da leggenda, da contesa omerica. Stesi sul marmo, inerti eppure ancora vigorosi, a rappresentare la brutale fine, saldano la storia antica con quella dell'Italia coloniale. Ecco perché sarebbe importante due volte il loro ritorno di quelle sculture nel nostro Paese: metterebbe fine all'incuria nella quale sono tenute e sarebbe un gesto di risarcimento non solo simbolico per quanto all'Italia è stato tolto.