Il cortile del Madre si trasforma ancora. Dopo aver ospitato i corpi raggomitolati di Antony Gormley e gli scaletti diseguali di Claude Closky, accoglie - da questa mattina, con la sorpresa del cavallo di legno - le invenzioni scultoree di Mimmo Paladino. Lo spazio è stato completamente reinventato. È simile a un campo di guerra, screziato di tracce ermetiche e occulte. D'improvviso, abbiamo la sensazione di trovarci in un'arcaica pianura. In che epoca ci troviamo? In un tempo ignoto, lontanissimo. Impossibile da fermare in un momento storico preciso. Siamo in un'agorà immaginaria. Siamo condotti in una sorta di distesa archeologica, costellata di rovine e di detriti. A terra, sono rimaste solo reliquie criptiche e oscure. È un deserto, disabitato. Non ci sono individui. Non si ascoltano voci. Si percepisce quello che, con Foucault, potremmo definire «il rumore sordo della battaglia». Ecco ciò che rimane alla fine di un conflitto, quando tutti gli uomini sono andati via. Il silenzio è scalfito solo da rivelazioni impreviste: sette scudi misteriosi e imponenti. Si tratta di presenze che scandiscono l'ambiente: lo connotano, lo tagliano, lo interpretano, simili a solide, ma provvisorie, pareti. Ciò che colpisce, nell'installazione, è il senso dell'equilibrio. Dotato di un notevole rigore compositivo, Paladino - secondo un modello utilizzato anche nella stanza allestita al secondo piano del Madre - disegna una sequenza misurata di sagome. Con notevole abilità architettonica, riscrive il contesto. La simmetria del cortile è occupata da una sequenza di forme circolari, che indicano un ordine poetico. Tracce enigmatiche, sagome oscure, che, grazie a un sofisticato gioco di rimandi, innalzano un sofisticato labirinto primario. All'interno di ciascun pezzo si trova una pluralità di voci. Schegge ermetiche che si inseguono, si accostano e si toccano, per suggerire un caos inafferrabile. Strambe figure, del tutto prive di riferimenti realistici: scarpe, tegami, numeri. Elementi che non hanno nulla in comune tra loro: dialogano e si mescolano, trasgredendo ogni logica, un po' come avviene nei sogni. Tasselli di un ordine andato in frantumi. Schegge di un vetro esploso, irrimediabilmente. Fili di un tessuto oramai sfilacciato. Frammenti che non solo attestano la fine di un mondo, ma rendono incombenti attimi di quello stesso mondo, esibendo una grandezza mutila. Testimonianze tangibili che, nel violare ogni geometria, rimandano a un passato ancora vivo. La cornice dell'opera è invasa da segmenti eterogenei, e violentano ogni tentazione narrativa. Analogamente a quanto avviene con le maschere (utilizzate da Paladino in molti lavori) gli scudi diventano arene sulle quali i generi e i linguaggi si intersecano. La figurazione si fonde con l'astrazione; la poesia naufraga in un groviglio di cifre; la sfera simbolica si accosta alla dimensione semiotica. Spunti e motivi provenienti da diverse matrici - antiche e modernissime - convivono in maniera eclettica. Dove siamo, allora? In una realtà assurda. Che ci allontana dalla nostra realtà. Ma è solo per un attimo. Poi, torneremo ad ascoltare il rumore sordo della battaglia.
Il cortile del Madre si trasforma ancora. Paladino, l'arte dopo la battaglia
Il cortile del Madre è stato trasformato in un'agorà immaginaria, costellata di rovine e detriti. L'installazione di Mimmo Paladino è caratterizzata da sette scudi misteriosi e imponenti, che scandiscono l'ambiente e lo connotano. La sequenza di sagome circolari di Paladino riscrive il contesto, creando un labirinto primario. All'interno di ciascun pezzo si trovano pluralità di voci, schegge ermetiche che si inseguono e si toccano, suggerendo un caos inafferrabile. Le figure scelte da Paladino sono prive di riferimenti realistici, dialogano e si mescolano, trasgredendo ogni logica.
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