David Rockefeller, nel 1960, era, al pari di Gianni e Marella Agnelli piuttosto che Jacqueline Bouvier in Kennedy, uno dei miliardari che governavano la scena artistica di New York, alla scoperta di tendenze e idee per incoronare quella che, all'epoca, era la nuova capitale delle arti, al posto di Parigi. Ma non in proprio. Perché Rockefeller, all'epoca a 44 anni ceo di Chase Bank, era il pioniere di una moda che avrebbe preso quota nel corso degli anni: dotare le grandi banche di un patrimonio artistico di eccellenza, al pari di quello che da anni faceva Raffaele Mattioli alla Comit. Ma Rockefeller, così come i suoi colleghi di Chase, non andavano al di là degli impressionisti alla Cézanne o, al massimo, a un Bonnard. E così quando Eliza Bliss Parkinson, nipote di Lillie Bliss, una delle tre creatori del MoMa di New York, caldeggiò l'acquisto di un Rothko, che le era stato offerto dal gallerista ufficiale dell'artista, Sidney Janis, Rockefeller prese tempo. Poi, per non fare uno sgarbo alla signora, decise di comprare il dipinto di tasca sua. Sì, è proprio vero: piove sempre sul bagnato. Quel Rothko del 1950, un grande dipinto dal titolo cromatico: «White Center (Yellow, Pink and Lavender on Rose»). Il prezzo? Poco meno di l0mila dollari. Una bella cifra, all'epoca sufficiente per una Cadillac o una Limousine. Ma Rockefeller, che di anni ne ha 91, oggi pensa di incassare 46 milioni di dollari (minimo garantito) quando, martedì 15 maggio, il battitore di Sotheby's metterà all'asta quel quadro strappato a Christie's dopo una gara al cadiopalma. Anche perché, finora, Rockefeller i suoi quadri li ha regalati al MoMa. «Ma ho chiesto al museo se il quadro poteva interessare loro - dice il vecchio banchiere - e mi hanno detto che di Rothko ne hanno già almeno quattro, rappresentativi di quell'epoca. Allora regalerò loro qualcosa d'altro». Ma oltre al mecenenate c'è il vizio della vecchia volpe che annusa affari. «A novembre, come ogni due anni - spiega ancora al New York Times Rockefeller - ho fatto fare una stima della mia collezione: e ho scoperto che corrono quotazioni folli». È il momento di vendere, insomma. Anche perché l'asta del Rothko altro non sarà che l'episodio, probabilmente il più clamoroso, ma solo un episodio della settimana che sconvolgerà tutti i primati del mercato dell'arte, ultima frontiera della bolla che attraversa, complice la liquidità, ogni terreno di caccia dei ricchi, vecchi e consolidati, o nuovi, russi, arabi o cinesi poco importa. A New York, di qui al 20 maggio, Sotheby's e Christies sperano di battere opere per un totale di 1,4 miliardi di dollari. «C'è un sacco di soldi in giro - mormora, tutt'altro che euforico, Michael Moses, che assieme al professor Jianping Mei, cura il più accreditato indice dell'arte - manager di hedge fund, oligarchi russi e così via. Gente che cerca un rifugio per i propri guadagni». Una bella sfortuna ma, ammonisce Moses «i rialzi di questi tempi, soprattutto il 44 messo a segno dai contemporanei lo scorso anno, sono praticamente insostenibili nel tempo». Ma un domani si vedrà. Oggi è il momento di godere. Ma non per tutti. Certo, Bill Ruprecht, l'amministratore delegato di Sotheby's, esulta: il 2006 è stato l'anno migliore di sempre (3,75 miliardi di vendite, il 36 in più), il 2007 sarà ancora meglio perché, dice che sa «benissimo che non è possibile sfidare più di tanto le leggi di gravità, ma c'è una massa formidabile di denaro che corre verso gli hedge o gli impieghi alternativi. Perché i dirigenti del mondo finanziario hanno incassato bonus da favola». Ma la legge del denaro crea, al solito, vincitori e sconfitti. Al termine dell'anno delle vacche grasse la casa d'aste ha annunciato tagli del parsonale sia nella filiale di New York che in quella di Amsterdam. E a Londra, addirittura, verrà chiusa la sede della controllata Olympia, che si occupa del segmento medio del mercato, cioè foto o lito da 5 mila sterline o giù di lì. In cambio, però, la società sta programmando altre assunzioni nei nuovi mercati. L'arcano si spiega con la visita che, nello scorso week end, Ruprecht, ha fatto a Pechino prima di trasferirsi a New York. Il re dei galleristi era a Beijing, in visita a Dashanzi Art, il nuovo quartiere delle arti denominato Factory 798, un'ex sterminata fabbrica in cui opera la bohème della nuova Cina, capitanata dal maestro ZhangXiaogang. L'obiettivo di Ruprecht è far magazzino, perché i ricchi cinesi sono fra i clienti migliori, da Hong Kong a New York. Assieme ai russi che correranno, facile previsione, sia all'asta di Rothko che a quella in cui Christie's si accinge a battere «Green car Crash», di Andy Warhol, anno 1963. Prezzo previsto: 25, forse 35 milioni di dollari. E di che stupirsi? A febbraio, un anonimo compratore dal forte accento slavo ha pagato, senza tradire alcuna emozione, 11,2 milioni di sterline per «White Canoe» di Peter Doig, in arrivo dalla collezione del baronetto Charles Saatchi. C'è posto per tutti, insomma, nell'anno che segna il centenario di «Demoiselles d'Avignon», la tela di Picasso che ha probabilmente inventato l'arte moderna. L'autore, si sa, avrebbe voluto chiamarlo «Le bordel d'Avignon». Ma il gallerista, Salmon, convinse l'artista che non era il caso di esagerare. Solo nel 1937 il quadro venne esposto in pubblico, due anni dopo il MoMa lo comprò. Per meno dei l0mila dollari di Rothko. Oggi non basterebbero, forse, altri quattro zeri in più.
I soldi colorano l'Arte. Il mecenate parla russo
David Rockefeller, CEO di Chase Bank, è uno dei principali mecenate dell'arte a New York. Nel 1960, acquistò il dipinto "White Center (Yellow, Pink and Lavender on Rose)" di Mark Rothko per circa 10.000 dollari. Oggi, il quadro è valutato in 46 milioni di dollari e sarà all'asta a Sotheby's il 15 maggio. Rockefeller ha deciso di vendere il quadro per finanziare le sue future spese, poiché ha scoperto che le quote dei suoi quadri stanno aumentando rapidamente. Il mercato dell'arte è in auge, con vendite record e prezzi record. Sotheby's e Christie's sperano di battere le quote di 1,4 miliardi di dollari.
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