Prato NEL DUOMO, risuonano le chiarine e rullano i tamburi; cala un grande telone bianco, e, dopo sei anni d'un difficile ma sapiente restauro, Prato ritrova una delle sue glorie. E il nostro Paese, uno dei massimi cicli pittorici d'una sua età tra le più felici. Perché i 400 metri quadrati delle Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista di Fra Filippo Lippi (1406-69), eseguite dal 1452 al '65, sono strette parenti dei Gioito di Padova e di Assisi, dei Masaccio di Firenze, dei Piero della Francesca di Arez-zo, dello stesso Lippi estremo di Spoleto, dei Signorelli ad Orvieto, dei Benozzo Gozzoli a Montefalco e Firenze, dei Pìnturicchìo a Spello e Siena; Raffaello e Michelangelo, invece, sono due faccende diverse. «Lippi racconta storie», spiega Francesco Rutelli, vice-premier e ministro dei Beni culturali, «ancora attualissime dopo 500 anni»; «è il capolavoro dell'artista: un punto di svolta nel Rinascimento», aggiunge Bruno Santi, soprintendente e storico d'arte; «con ritratti magnifici», precisano Cristina Gnoni e Isabella Lapi, che hanno diretto il restauro, finanziato in toto dal Ministero con 940 mila euro di fondi ordinari, e compiuto dalla ditta romana Cbc. Ai piedi di Santo Stefano, dei suoi contemporanei, eternali da Lippi in modo riconoscibilissimo, si sono identificati Pio II, un Medici, e lo stesso artista con fra Diamante, il collaboratore che gli è accanto anche nell'ultima impresa a Spoleto; in Salomè che danza, non meno bella che il bacio dei due giovanetti nella scena di Erodiade, Lucrezia Buti, ex suora, che proprio qui da a Filippo il figlio Filippino: un'effigie tanto bella, che un D'Annunzio ancora studente a Prato si proclamerà «il secondo amante» della dama, per poi cantarne, in Elettra, tutto il fascino prepotente. Autore amato e protetto dal grande Cosìmo de' Medici e dal papa umanista Enea Silvio Piccolomini; affreschi adorati da Robert Browning e Bernard Berenson, e disegnati dal giovane "Vate". Le storie del Protomartire e del Precursore dalla A alla Z: dalle nascite alle uccisioni; ciascuna in quadri e lunette d'immensa forza espressiva, su tre registri. Volute dal Comune (che stanzia 1.200 fiorini d'oro), sia pur entro il Duomo: nella cappella centrale, e accanto alle non meno significative di Paolo Uccello e di Agnolo Gaddi; vicino a capolavori assoluti come i rilievi di Donatello, la Madonna di Giovanni Pisano, il pulpito di Mino da Fiesole e Antonio Rossellino. Perché Prato, dicono il sindaco e il Vescovo, e conferma anche il presidente della Regione Martini che è di qui, non è solo, come si crede, città contemporanea, grande polo produttivo: «Ma anche un luogo assai denso di storia e cultura». Con l'antico palazzo comunale del XIII secolo; la Pieve che precede il Duomo, e in parte conservata sotto di esso; il medievale castello dell'Imperatore, ed una storia strepitosa, tutta da raccontare. Prato, "pressata" da: due potenze come Firenze e Pisto-ia, si salva e s'identifica per una curiosa reliquia, qui esposta cinque volte all'anno, e veneratissima: la Cintola che, al momento d'essere assunta in cie-lo, la Madonna porge a San Tommaso. Da questi, passa a un prete greco, che la lascia alla figlia, la quale impalma in segreto un pellegrino: un mercante di Prato. Nel viaggio di ritorno, lei muore; e, decenni dopo, quando anche lui sta per andarsene, lascia il Sacro Cingolo ai pratesi. Per edificare un pulpito fuori dalla Cattedrale, utile solo ad esporre la reliquia, se ne ricostruisce e se ne muta perfino l'intera facciata. Qui Lippi è chiamato (dopo un rifiuto dell'Angelico) a dare il meglio. Commessa travagliata, anche perla travagliata vita dell'autore; ma ciclo fondamentale per la storia dell'arte, oltre che di una città. Alla capacità ritrattistica del suo maestro Masaccio, Lippi coniuga un'inedita dolcezza. Queste scene erano ormai offuscate: in parte corrotte dai restauri precedenti, eseguiti come allora si poteva; certi brani, a tempera, e le dorature, ormai sono spariti; ma il lavoro è stato compiuto in modo egregio: questi dipinti ora tornano a "urlare" in pieno tutta la loro bellezza. Si capisce come mai un autore, sia pur sospetto di partigianeria poiché "di casa", come Vasari, considerasse Lippi un anticipatore del Cinquecento e dello stesso Michelangelo. Genio e passione è lo slogan per questo ritrovamento; e Rutelli può esprimere anche tutto l'orgoglio della propria Amministrazione: Fra Filippo, che s'è sempre firmato così anche dopo la dispensa di Papa Pio II, bentornato tra noi, ci eri proprio mancato.