Una lettura insolitamente amena, consigliabile anche in clima natalizio, a dispetto delle passioni e dei toni drammatici che caratterizzano normalmente il dibattito sul tema dei Beni culturali in Italia. Il bel libro-inchiesta di Silvia dell'Orso Altro che musei (Laterza Editore) ha l'intento dichiarato di avventurarsi oltre gli schieramenti a difesa delle ragioni degli uni e le posizioni radicate degli altri, per fare ciò che normalmente nessuno fa: documentarsi andando sul campo, e in seguito usare la propria testa per valutare le informazioni raccolte e le opinioni, spesso parziali, ascoltate. Armata di buon senso e un pizzico di sale («quanto basta per renderla indimenticabile» - recitava un'antica favola a proposito della minestra della nonna) -, l'autrice si inoltra nel fitto bosco di storie particolari che caratterizzano il «museo diffuso» italiano. Ben oltre la vexata quaestio dei musei, cerca di dare le dimensioni reali dell'ingente patrimonio storico, evidenziando con numeri alla mano (per quanto carenti siano) l'entità del fenomeno: l'importanza del patrimonio ecclesiastico contenuto nel numero iperbolico (ipotizzato) di 100mila chiese in tutta Italia; di quello archeologico (oltre duemila siti e 400 musei); le difficoltà inerenti alla catalogazione di un siffatto tesoro; la struttura interna e periferica della burocrazia di Stato, la sproporzione nella distribuzione degli organici del ministero sul territorio nazionale e il perché di disfunzioni quali, ad esempio, i residui passivi (spiegabile pare con lo squilibrio tra l'aumento dei finanziamenti straordinari e un progressivo impoverimento del personale scientifico a disposizione). Non mancano alcune pagine che delineano la situazione del Paesaggio in Italia, ex giardino d'Europa, l'applicazione solo parziale della legge Galasso, gli effetti perversi dei condoni, i dati dell'abusivismo edilizio, e soprattutto la necessità di trovare un accordo tra Stato e regioni sulla pianificazione del territorio. Sul fronte della collaborazione tra enti territoriali, l'autrice esamina gli accordi siglati di «programmazione negoziata»un metodo di governo del territorio promosso in primis in Lombardia di cui Pietro Petraroia è stato tra i fautori. Costringe le amministrazioni a diversi livelli a coordinare investimenti e programmi entro tempi predefiniti, impiegando risorse stabilmente di anno in anno: una modalità che permette ai programmi di sopravvivere agli individualismi e ai cambi di giunte. L'ambito di riferimento del libro rimane quello propriamente della tutela dei beni culturali, non apre spiragli su un'integrazione delle politiche culturali, su un dibattito sempre più necessario riguardo il significato tutt'altro che scontato della memoria e del suo posto nella cultura contemporanea. Auspicabile sarebbe anche una riflessione sul ruolo per gli addetti che vada oltre la pura conservazione e che collochi la responsabilità delle scelte e dei vincoli all'interno di politiche integrate che non lascino fuori dalla porta le inevitabili trasformazioni economiche e sociali, pena un abusivismo incontrollato e generalizzato. Ci si augura per il futuro che anche un dibattito informato sui criteri da adottare per la salvaguardia non solo del bene, ma anche dei diritti del fruitore nel processo già avanzato di privatizzazione.