Centrale del latte. Credo che il nome sia convenzionalmente comune in tutta Italia per la cospicua mucca municipale che in molte città distribuisce il latte mettendolo al riparo dalla speculazione dei prezzi con il protezionismo della tutela comunale. Nacquero, credo per questa sacrosanta ragione, oltre che per tutela delligiene e della salute. Da bambino, frequentavo le elementari al Garibaldi, e fu, la Centrale del latte di Bari, meta di una gita scolastica. Ancora oggi mi è oscura la ragione per la quale fosse considerato interessante per dei bambini di otto o nove anni visitare la mammellona pubblica. I discolacci, svezzati da molti anni, gironzolavano tra gli asettici ambienti senza particolare passione, contenti solo davere evitato quattro ore di lezione. Ma le autorità scolastiche, evidentemente, considerarono utile mostrarci tutte quelle esemplari strutture che garantivano la pulizie e lindenne qualità del latte. Erano gli anni Cinquanta e va ricordato che di tutte le strutture moderne e tecnologiche la Centrale del latte poteva essere considerata praticabile ed esemplare per dei bambini i quali, era presumibile, avrebbero avuto un destino frastornato da tecnologie sempre più complesse ed evolute. Comunque sempre meglio consolarsi coi biancori del latte placidamente incamminato verso terse bottiglie di vetro col tappo di stagnola che affrontare le caligini e gli idrocarburi dellarcigna e maleodorante Stanic. Allora il nostro maestro non sapeva che Zygmunt Bauman avrebbe scritto della "società liquida" e ne avrebbe segnalato le minacce. Allora, liquido, era il latte municipale e il suo biancore rassicurante e ancora intriso di sentori assistenziali delle "Opere" sociali e paternalistiche dello stato fascista. La tecnologia era considerata la benvenuta e attesa con ansia nellorizzonte collettivo della percezione di una società nuova, più giusta e pastorizzata. Mi dicono che si voglia destinare la strutturona di viale Orazio Flacco ad altro uso, visto che il latte lo imbottigliano altrove in decine di varianti della vecchia, cara bottiglia col tappo di stagnola. E che cosa ne vogliono fare? Un teatro. Anzi, più teatri. Mi sembra unottima idea. Intanto si risparmia sulla segnaletica e sulla carta intestata. È semplice passare da Centrale del latte a Centrale dellarte e il gioco di parole può portare fortuna, arricchito di capriole lessicali e artifici semantici. Si potrebbe pensare a spettacoli parzialmente scremati, recitals omogeneizzati, repertorio classico a lunga conservazione. E i concerti alla panna? Altre acrobazie del lessico caseario si arenano davanti a burrata, stracciatelle e ricotta. Fermiamoci alle tre sale teatrali che potrebbero ospitare una formazione che riunisca raggruppamenti sparsi e consolidate formazioni in una compagine privata di buon livello. La riutilizzazione di strutture sociali e di proprietà pubblica è una tentazione affascinante, o, almeno, dovrebbe esserlo per una amministrazione. Penso a stabilimenti, uffici pubblici, caserme, aziende dimesse. Il loro riuso sanerebbe deficienze, colmerebbe lacune e sosterrebbe mancanze di risorse. È vero, già lo si sta facendo. Aggiungerei un poco di fantasia e una più pignola attenzione allinventario. Penso a quello che potrà succedere quando si risolverà il problema dei binari della ferrovia che segano a metà la città, alla destinazione duso dei vasti spazi ora ingabbiati di traversine, tralicci e gabbiotti. Penso a quando finirà il petrolio e, finalmente saremo costretti a trovare fonti energetiche pulite, meno costose e deperibili, nonché rispettose della vita del pianeta: cosa penseremo di fare di tutti gli sterminati stabilimenti, dei giganteschi bidoni fumanti? Avanti con le idee. Attenzione, però: lo deve fare il potere pubblico, non liniziativa privata. Non che manchi di fantasia, ne ha anche troppa, ma, in genere, se ne frega del bene collettivo e pensa a cementificare mare terra e cielo per costruire bunker di conti in banca. Rischieremmo di sradicare il giardino di Piazza Umberto, per esempio, per costruire un pollaio gigantesco per appartamenti unifamiliari o immense residenze per baresi miliardari. In euro. Ce ne sono? Proprio lì, a piazza Umberto, se non ricordo male, cera una casetta che inalberava una scritta strana e poetica: "Goccia di latte". Credo che fosse unistituzione dedicata al fornire prezioso latte e prodighe nutrici ai bambini bisognosi e alle mamme esauste. Fu riconvertita, la casetta: non vorrei sbagliare, ma ricordo che ospitò i volontari di "Alcolisti anonimi". Dalla preziosa goccia di latte alla lotta alla goccia da alcool. "Goccia" in senso dialettale barese che sta per attacco fulminante, colpo al cuore, ictus. Non avrei potuto pensare ad un riuso migliore.