«Il museo che non cera e di cui, speriamo, si sentirà il bisogno in futuro» si confonde dietro la facciata e i volumi di un austero edificio industriale dinizio Novecento, che oggi dalle 17 apre le sue porte a premier e ministri, autorità, sponsor e amministratori, poi a direttori di musei e collezioni, infine agli invitati, e da domani, dalle 10 alle 18, a tutto il pubblico pagante. Occorre varcare la soglia dellex Forno del Pane e oggi Mambo, e superarne il vestibolo, perché lausterità ceda il passo alla vertigine: che è il titolo della mostra che linaugura, «Vertigo», ma anche lesatta sensazione fisica che prova il visitatore nellabbandonare la certezza sensoriale di un atrio generosamente illuminato, trapassando in una prima sala avvolta dalla penombra, ritrovandosi con i piedi posati su una superficie cedevolmente ovattata, al buio e con ludito allertato dal suono di voci deformate da remote distanze, e che scendono dallalto, e mutano daccento e di lingua via via che ci si sposta e calpesta i nomi dei loro proprietari. Sono Marinetti, Duchamp, Schwitters...: artisti, demiurghi, teorici di quella che Germano Celant, curatore della mostra con Gianfranco Maraniello, definisce la completa caduta, o smaterializzazione, dei limiti, dei confini, dei linguaggi delezione e dei mezzi cui affidare la propria arte. Ogni certezza persa, la grande navata centrale del museo si trasforma e, nelle mani di Denis Santachiara, larchitetto e designer che ne ha concepito la scenografia, laustera solidità delle capriate di ghisa è sostituita da cinque arcate di strutture gonfiabili, come quelle dei parchi gioco, dal pavimento fino al soffitto, sulla cui superficie sono proiettate le immagini di filmati storici. Abbassando lo sguardo, le bacheche al centro sono occupate da radioricevutori, un grammofono, un telefono Autelco, un magnetofono Geloso, una cinepresa Bell Howell, un mangiadischi Philips e, via via risalendo, una Polaroid, un microtelevisore, una tastiera Commodore, un lettore MP3 Apple. Ai lati, altre bacheche, dentro cui sono esposti libri dartista, manifesti, opere di grafica, fotografie, la «Fontana» di Duchamp, e poco distante la sua «Ruota». Alle pareti dipinti di Balla, di Léger, di Picasso, e man mano avanzando e procedendo a spirale, Breton, Dalì, Warhol... Eccole, dunque, le radici del contemporaneo: avanguardie artistiche e brevetti dinvenzioni, tecnologie della comunicazione e della riproduzione. Vertigo indica un «attraversamento inedito» e, divulgativa senza essere didascalica, «con-fonde», spiega Celant: fonde assieme, cioè propone al visitatore su uno stesso piano di valori, «orizzontale», ciò che ha trovato espressione sulla tela o nel ready made, sulla pellicola o sulla carta stampata, sul supporto magnetico o virtuale. Nel caso esemplare di Warhol, le Nine Jackies alle pareti sono accostate alle copertine realizzate per i dischi dei Rolling Stones, i film alle fotografie. «La comunicazione è quello che conta». E Vertigo riunisce anche i libri dartista, fotografie, dossier di Piero Manzoni, Vincenzo Agnetti, Mario Mez, Luciano Fabro, Enzo Cucchi... «Larte cannibalizza ogni linguaggio, ogni mezzo, ogni ambito». Al piano superiore, il magma si raffredda, laccumulo si diluisce in una selezione del presente: «sono alcune indicazioni sulloggi, ovvero su ciò che è interessante per noi», avverte il curatore. William Kentridge, Vanessa Beecroft, Vik Muniz, Bruce Nauman, Matthew Barney, Bill Viola, Thomas Hirschhorn, Pierre Huyghe, Shirin Neshat... «Cento anni di storia dellarte avrebbero bisogno dello spazio di cinque Mambo», per essere raccontati a dovere, avverte Celant, e non di uno solo, ma quel che conta oggi, osserva Gianfranco Maraniello, è che Mambo sia «unico» oltreché uno solo: «il museo che non cera, e di cui, speriamo, si sentirà il bisogno in futuro». Unico il museo, un po meno lacrostico Mambo, che, viene fatto notare, indica sia ledificio di via Don Minzoni 14 che il bando comunale per piccole imprese commerciali e artigiani, «mambo»: ma Lorenzo Sassoli ne rivendica comunque la primogenitura: «Il verbale di una Commissione Cultura del 1995, certifica lapprovazione di questo nome, Mambo, per il futuro museo». Era sindaco Walter Vitali: uno dei quattro sindaci, Lorenzo Sassoli li ricorda tutti - Zanardi, che costruì ledificio nel 1916, e poi Vitali, Guazzaloca e Cofferati - le cui amministrazioni hanno avuto parte nella materializzazione dellattuale polo delle Arti. Il museo è lultimo segmento della vecchia Manifattura a trovare la sua nuova vita, sostenuta in ugual misura da amministrazioni pubbliche e enti privati. Ha un budget di circa 4,2 milioni lanno, la metà a coprire costi fissi di personale e consumi, laltra metà da investire in progetti. I conti di Vertigo (9 euro il biglietto intero, si visita dalle 10 alle 18 tranne il lunedì: fa eccezione lunedì 7 maggio, quando il museo resterà aperto) saranno tracciati alla fine, dopo il 4 novembre, annunciano Sassoli e Maraniello. Oggi si celebra il frutto di dodici anni di lavori, quattordici milioni di investimenti. E se nel frattempo i «Mambo» si sono moltiplicati - Mambo era anche il progetto di distretto multimediale - tanto meglio: «nascerà una magnifica sinergia tra Mambo e mambo per trasformare e arricchire con nuove imprese e operatori questo intero quartiere».