«Restauro di restauri», così definisce Cristiana Gnoni Mavarelli, direttrice dei lavori insieme a Isabella Lapi Ballerini, l'impresa che ha coinvolto, dal 2001 ad oggi, la Cappella Maggiore del Duomo di Prato. Alla presenza del ministro Rutelli (il Ministero per i beni e le attività culturali è stato il principale finanziatore), da sabato 5 maggio torna accessibile al pubblico il ciclo decorativo che fra' Filippo Lippi affrescò dal 1452 al 1465. La prova più complessa nella vita dell'artista. 400 mq di superficie pittorica che illustrano su 3 registri orizzontali Storie della vita di Santo Stefano (patrono della città) fronteggiate a Storie della vita di San Giovanni Battista (patrono di Firenze). Nella volta, le figure dei 4 evangelisti. «Si è trattato di un restauro conservativo che è divenuto un vero cantiere di studio. Monitorato continuamente prosegue la Gnoni - Vi erano problemi di solfatazione, con relativo sbiancamento, oltre a stratificazioni di polveri, nero fumo e altri agenti inquinanti, ma l'ostacolo principale con cui ci siamo dovuti confrontare è l'originalissima tecnica adottata dal Lippi. Un modo di procedere assolutamente atipico rispetto alla teorizzazione di trattatisti come Cennino Cennini». Un largo uso della tempera, elemento particolarmente volatile, per un materiale che non veniva certo ignorato da artisti quali Agnolo Gaddi o Piero della Francesca, ma che qui viene piegato alla necessità stilistica come non mai, dagli effetti luministici alla libertà spaziale. A cui si somma l'esecuzione a secco non solo di finiture, ma di intere porzioni, oggi in gran parte perdute. «Cercare di togliere resine e colle che erano state usate nei precedenti restauri quale elemento consolidante, è stato il lavoro più delicato precisa ancora la Gnoni Le integrazioni che sono state fatte dal nostro cantiere sono veramente minimali, solo per ridare continuità di lettura alle scene, mentre abbiamo rispettato le integrazioni eseguite nel corso dei precedenti interventi». Un ponte che lega tradizione pittorica e novità, anticipando sorprendentemente le evoluzioni successive, così appare il complesso lavoro di Lippi su queste pareti. Dagli evangelisti quasi castagneschi, ai sentori tardogotici del deserto delle storie di San Giovanni, alla solennità spaziale del funerale di Santo Stefano, la cui esecuzione un'iscrizione colloca esattamente al 1406. Fino al Banchetto di Erode, dove luce e linea vibrante, con la sua scansione musicale, non solo preludono all'arte di Botticelli, ma addirittura all'inquietudine del pennello di Leonardo. Non poteva che essere questo il destino di un artista che, presi i voti nel 1421 al Convento del Carmine di Firenze, ha avuto come imprinting l'esecuzione della Cappella Brancacci da parte di Masaccio e Masolino. Adesso torna finalmente a danzare sotto i nostri occhi la flessuosa, melodica Salomé. Che ritrae le fattezze di Lucrezia Buti. Donna bellissima, e monaca dell'agostiniano convento di Santa Margherita a Prato. Dove frate Filippo fu nominato nel 1456 cappellano, e dove convinse Lucrezia a scapparsene con lui. Da questo amore vide la luce un anno dopo un altro protagonista della pittura rinascimentale fiorentina, il primo che avvertì coscientemente quella crisi linguistica che portò al nascere dell'arte del '500, Filippino.
Restauri: Prato ritrova Filippo Lippi in tutta la sua luce
Il ciclo decorativo della Cappella Maggiore del Duomo di Prato, realizzato da Fra' Filippo Lippi tra il 1452 e il 1465, è stato restaurato. Il restauro, condotto dalla direttrice Cristiana Gnoni Mavarelli e Isabella Lapi Ballerini, è stato un processo conservativo che ha monitorato la solfatazione e le stratificazioni di polveri. L'artista ha utilizzato una tecnica unica, che combinava la tempera con la finitura a secco, creando effetti luministici e una libertà spaziale. Il restauro ha mantenuto le integrazioni eseguite nei precedenti interventi e ha aggiunto solo minimali elementi per ridare continuità di lettura alle scene.
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