Parte dall'isola della Certosa la riscossa lagunare. Un'intesa Comune-privati con l'Istituto europeo del design da vita a un polo d'eccellenza per la rinascita di tradizionali attività L'isola che non c'è, c'era già. Bastava solo guardare meglio. Ed è quello che hanno fatto con isola della Certosa a Venezia due imprese private - l'Istituto europeo di design e il Polo nautico Vento -alleandosi con il Comune per recuperare questa perla della laguna che da alcuni decenni era abbandonata, trascurata, malmessa. Così gli operai del nuovo cantiere per piccole imbarcazioni e i ragazzi del neonato campus che tra poco cominceranno a studiare sull'isola alcune materie tradizionali per Venezia (marineria, cinema, design del vetro, mosaico, arte) faranno tornare vivi e animati questi 24 ettari di verde a pochi minuti di battello da piazza San Marco, abitati dai religiosi agostiniani nel '200, dai certosini nel '400 e infine dai militari fino alla fine degli anni Cinquanta. Strana storia quella della Certosa. Quando sembrava che l'Italia dovesse vendere tutto il vendibile, quando nel 2002 l'allora ministro Tremonti faceva liste di proscrizione dei beni pubblici da alienare attraverso la Patrimonio spa, l'isola era finita in uno degli elenchi delle proprietà di pregio dello Stato da privatizzare e la cosa aveva fatto insorgere Comune, veneziani, associazioni ambientaliste e quelle che tutelano i beni culturali. Oggi che l'isola finisce in mani private le stesse persone battono le mani, mentre il sindaco Cacciari è addirittura il principale sponsor di tutta l'operazione. Nei fatti, però, nessuno ha cambiato idea, è piuttosto cambiata la tipologia dell'investimento privato in questo spicchio di laguna. Se la Certosa fosse stata messa all'asta un quinquennio fa il suo destino sarebbe stato, inevitabilmente, quello di diventare l'albergo numero 231 di Venezia, come già successo ad altre isole della laguna - San Clemente e Sacca Sessola ad esempio - interamente trasformate in hotel di lusso dalle multinazionali delle vacanze, le uniche ad avere l'interesse e soprattutto i milioni di euro necessari per acquistare in contanti e far fruttare economicamente aree di questo tipo. Nei fatti l'odierno affidamento (non vendita) a privati di uno spicchio della Certosa prevede quasi che l'isola torni pubblica, torni cioè a essere parte integrante della città, con scuola, foresteria, laboratori di design, officine nautiche e un esteso parco naturale che - una volta risanato - sarà il più grande polmone di verde urbano della Serenissima. Per Massimo Cacciari è una sorta di esperimento, uno spot per una Venezia diversa, che riesce a sviluppare attività imprenditoriali e lavoro in campi diversi da quelli della camera doppia, del souvenir o del negozio di maschere. «C'è un'altra città - spiega Cacciari - che non è quella che si vede nelle cartoline, soffocata dal turismo mordi e fuggì. E la città delle attività di ricerca tecnologica avanzatissi-me che già ci sono all'Arsenale, quella della Biennale, della mostra del cinema o delle università, Iuav e Ca' Foscari». Una città, insomma, che scopre di poter avere anche vocazioni diverse da quella turistica e che può puntare su queste attività per cercare di arrestare uno spopolamento che ha portato gli abitanti del centro storico dai 121.000 del 1966 ai 62.000 attuali. Se il calo demografico continuasse a questi ritmi, nel 2030 si concretizzerebbe quel rischio Disneyland dell'arte di cui si parla, con timore, da anni: una Venezia di giorno popolata da 50.000 turisti e di notte vuota, con zero residenti. Ecco perché l'arrivo dell'Istituto europeo di design scalda il cuore di Cacciari, gli fa dire che questa «è la piccola concretizzazione di una collaborazione proficua tra pubblico e privato. Una soluzione su piccola scala che però potrà dare risultati concreti, apprezzabili e replicabili». Non è un caso che il tema di una nuova Venezia da affiancare a quella che c'è animerà il convegno che il 9 maggio inaugurerà la nuova Certosa con Francesco Ru-telli, Pasquale Pistorio e gli architetti Santiago Calatrava (che firma il quarto ponte che nascerà su Canal Grande) e Mario Botta. E non è casuale nemmeno la scelta di invitare John Kay, il giornalista del Financial Times che un anno fa lanciò provocatoriamente la proposta di vendere Venezia alla Walt Disney per salvarla dalla distruzione. Tornando all'isola-campus, proprio con l'intenzione di marcare il suo legame col territorio che la circonda, la scuola di formazione che aprirà alla Certosa - il primo corso parte il 4 luglio - avrà in pratica Venezia come materia di studio. «È un centro unico - racconta Emanuele Soldini, direttore dell'Istituto europeo di design di Venezia e fratello del regista Silvio - con corsi che non sono attivati in altre sedi, ma che neppure altre realtà propongono in Italia. Partiremo dalle vocazioni della città - cinema, marineria, glass design - e opereremo a stretto contatto con le realtà storiche, artigianali e imprenditoriali locali». Il master in nautica prevede, ad esempio, la collaborazione con il cantiere Vento, che già ha iniziato a lavorare a pieno ritmo sull'isola, ristrutturando vecchie barche e riproponendo alcuni modelli di motoscafi anni Sessanta fuori produzione insieme alle "sanpierote", barchini tradizionali della laguna a remi e a vela. La Certosa è la seconda isola lagunare dedicata interamente alla formazione. San Servolo, infatti, completamente rimessa a nuovo dalla Provincia, oggi accoglie la Venice international university, un campus universitario che propone corsi in lingua inglese e accoglie studenti, ricercatori e professori provenienti da tutto il mondo. Due isole non fanno un arcipelago, ma è comunque l'inizio di una storia diversa da quelle della Disney. il master Nasce il centro del docufilm Silvio Soldini torna nel luoghi di Pane e Tulipani, uno dei suoi film più famosi, e stavolta lo fa per insegnare. Il regista milanese sarà il coordinatore scientifico del primo corso dello Ied (www.ied.it) all'isola della Certosa - il master in filmmaker - che parte il prossimo 4 luglio ed è rivolto a 15 studenti universitari o già laureati. L'attività di formazione si concentra su una forma espressiva ancora poco esplorata in Italia, il film documentario. «Il documentario ci permette di esplorare territori lontani dalla nostra esperienza e di entrare in contatto con realtà per noi difficili da comprendere» spiega Soldini, che sta chiudendo il suo ultimo lavoro Giorno e Nuvole. «Documentare non significa solo descrivere: presuppone una capacità di andare oltre, per raccontare le storie che si celano dietro le più diverse apparenze. In questo senso il documentario, senza disconoscerne l'autonomia, può risultare propedeutico al lungometraggio, ponendosi come strumento di scoperta e approfondimento nonché come stimolo a trovare nuove modalità di narrazione». Alla fine del corso in filmmaker gli studenti potranno realizzare - chi alla regia, chi al montaggio - alcuni cortometraggi nell'area di Venezia.
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4 Maggio 2007
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Alberto Fiorillo
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