Mambo è l'allegro acronimo del museo d'arte moderna di Bologna. Lascia la vecchia sede e apre al pubblico la nuova il 6maggio, in quello che un tempo era il "Forno del pane" nella centrale via Don Minzoni. Per restaurare l'edificio, costruito all'inizio del Novecento, ci sono voluti dodici anni e quattordici milioni di euro. S'inaugura con una grande mostra curata da Germano Celant con Gianfranco Maraniello, che è il direttore dell'istituzione: ha per titolo Vertigo, un kolossal che tra dipinti, sculture, libri, installazioni, video, film, fotografìe e presenta quattrocento opere realizzate da duecento artisti diversi. È un viaggio che parte nel XX secolo e arriva ai giorni nostri lungo il quale s'incontrano Futurismo e Suprematismo, Costruttivismo e Dadaismo, Neoplasticismo e Surrealismo: Giacomo Balla e Andre Breton, Marina Abramovic e Jim Dine, Salvator Dalì e Joseph Beuys, Laurie Anderson e Cari Andre, Andy Warhol e Luciano Fabro, Enzo Cucchi e Paul Klee, Marcel Duchamp e Roy Lichtenstein, Piero Manzoni e Yves Klein, Louise Bourgeois e Joseph Beuys, Anselm Kiefer e Bill Viola, Filippo Tommaso Marinetti e William Kentridge, Julian Schnabel e Cindy Sherman... È un'esposizione che ha una tesi: le avanguardie hanno portato, anche inconsapevolmente, alla smaterializzazione dell'arte. E per dimostrarlo segue la strada tracciata da Duchamp e Warhol, come si può intuire fin dal titolo, Vertigo che evoca un celebre film di Alfred Hitchcock. Spiega Germano Celant: «Vertigo per far intuire l'esistenza della vertigine dei media, per partire da un linguaggio diverso da quello dell'arte, per far capire come i media stanno ormai trascinando la ricerca artistica contemporanea. E per questo verifichiamo se il Novecento è stato il secolo dei media e non solo delle avanguardie pittoriche tradizionali. Una vertigine interpretativa dunque per leggere in modo diverso l'ultimo secolo». Una vertigine che arriva ai giorni nostri e non sembra facile da comprendere... «C'è un modo anche semplice per leggere la mostra. Vediamo come le avanguardie rompono i confini tra i linguaggi: arte e moda, arte e architettura, arte e danza... e arriviamo all'oggi quando con i nuovi media non ci sono più limiti. È un percorso che comincia con i libri, le illustrazioni, la grafica. Con i futuristi quando irrompe il linguaggio del cinema o della radio. È chiaro che nella seconda metà del Novecento il punto cruciale è Andy Warhol, che tutto azzera e dove tutto diventa democratico. Non c'è più distinzione di valori. L'arte concettuale al contempo recupera la fotografia come opera d'arte autonoma, che diventa teatrale con Cindy Sherman e Bill Viola. La mostra segue tutte queste tracce: il libro come opera d'arte, il suono, la fotografia, il cinema... Non escludiamo ovviamente pittura e scultura. Ma cerchiamo di pareggiare tutti questi binari che viaggiano in maniera parallela, li mettiamo sullo stesso livello». L'arte dunque è andata verso la smaterializzazione? «A partire dagli anni Trenta dopo il saggio di Walter Benjamin la riproducibilità dell'opera d'arte ha preso lentamente campo con altri mezzi e tramite i media ha creato la smaterializzazione o la virtualizzazione della stessa, non a caso si arriva al computer all'iPod». Nelle sale del Mambo come viene concluso questo viaggio? «In mostra si chiude con un computer dove Lucas Samaras ha inserito quattrocentomila immagini, potenziale per opere d'arte. È una moltiplicazione della fotografia o della riproducibilità portata a dei numeri quasi impossibili da controllare. C'è un tavolinetto e un video, nient'altro. La spettacolarità è ormai un buco nero dove ci si può mettere di tutto». Se questo è il finale domani cosa accadrà, la morte dell'arte? «Lo puoi vedere come scomparsa totale o come dilatazione totale. Non è la morte dell'arte, secondo me è il cannibalismo. Si può leggere come azzeramento o come un gioco all'infinito, se lo sai gestire. È l'insicurezza di oggi». In questa visione risalta Duchamp... «I punti fermi sono Marcel Duchamp, Dalì e Warhol. Soprattutto Duchamp e Warhol, da loro nascono la scomparsa e la dilatazione. Warhol si mangia tutto quello che esiste, è il grande obeso che ingoia ogni cosa con un'operazione quasi titanica, pur essendo una persona. E se guardi l'arte come un'identità, per usare un termine di moda, liquida, ti accorgi che con il suo flusso travolge tutto. È questa la vertigine: non sai più se ci sono delle rovine o una nuova massa potentissima. Se l'arte è una vertigine che si mangia tutto, se la vertigine dei media si mangia l'arte, si crea un potenziale enorme». Ma Picasso, la pittura... «All'interno della mostra non manca la pittura. Schnabel ad esempio, ma è un artista che realizza anche un film. Anche Picasso o Braque si sono impegnati sul fronte dei media attraverso i libri d'artista... non è proprio esatto dire che restano fuori». Perché presentare un nuovo museo con una mostra di questo tipo? «È una scelta: presentare una visione diversa, un arco a 360 gradi per far comprendere, e questa è l'idea di Gianfranco Maraniello, che il nuovo museo non segue più un certo tipo di logica ma vuole avere tutte le possibilità, è un occhio in un caleidoscopio che è componibile in mille modi diversi».