Giovedì 3 maggio alle 11 all'Istituto Italiano per gli Studi Storici verrà presentato il convegno internazionale «Il Centro Storico Unesco di Napoli: responsabilità a confronto» che si svolgerà il 4 e il 5 maggio a Palazzo Serra di Cassano. Mario De Cunzo Il centro storico di Napoli fu inserito nella lista del Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco nel 1995 su iniziativa della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici. Era la prima volta che l'Unesco accettava di inserire nella lista del Patrimonio Mondiale un centro formato dalla stratificazione millenaria di civiltà. Prima venivano presi in considerazione centri caratterizzati da un unico periodo storico, oppure singoli monumenti. Quello che erroneamente può essere scambiata per confusione è ricchezza di cultura è prodotto di re e principi provenienti da ogni parte di Europa, è il frutto di rapporti politici e culturali in un porto di mare tra i più importanti del Mediterraneo. Il piano regolatore approvato nel 1972 ed ancor più le varianti del 2004 hanno riconosciuto valore culturale a tutto il centro storico nel suo insieme, a tutto il fitto mosaico dell'edilizia. Il riconoscimento dell'Unesco è stato il sigillo di validità per queste scelte. Per fortuna il mercato immobiliare ha positivamente fatto il resto. Dopo secoli di abbandono del vecchio centro, a vantaggio dello sviluppo edilizio sulle colline, dagli anni '70 del secolo scorso si è manifestata, sempre crescendo, l'inversione della domanda: la gente vuole tornare ad abitare in centro. D'altra parte, dopo aver verificato l'assoluta impossibilità pratica di cacciare gli abitanti, demolire le case vecchie, costruire palazzi nuovi prevedibilmente in forma di mostri di cemento, trovare compratori in grado di coprire le troppe spese, i costruttori ed i committenti ormai si rivolgono solo al restauro, al recupero, al riuso. Le amministrazioni pubbliche naturalmente fanno la cosa giusta, con vari incentivi cercano di incoraggiare la tendenza del mercato. Prima la Soprintendenza nel 1992 con l'applicazione della legge 1552 del 1961 che consentiva contributi per il restauro, poi il Comune con il progetto Urban (fondi europei per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali nei quartieri degradati), poi con il progetto Sirena (contributi per il miglioramento delle parti condominiali degli edifici), ora con il progetto «bassi» per eliminare l'uso abitativo dei piani terra. Quello che ora serve veramente è la verifica delle condizioni statiche dell'edilizia, e serve presto, prima è meglio è. Si può fare con il Codice di Pratica, un metodo di analisi della vulnerabilità mediante lo studio delle tecniche e dei materiali usati. Metodo già adottato a Matera, a Siracusa, a Palermo, perché a Napoli no? Le varianti al piano regolatore generale del 1972, così come sono state preparate e portate all'approvazione del Consiglio Comunale, articolano i problemi del territorio comunale in quattro direttrici di sviluppo: le colline a Nord da destinare a parchi, l'area di Bagnoli, la zona orientale, il centro storico da conservare e valorizzare. Nell'ultima Finanziaria sono state inserite le somme di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009 per zone franche urbane con particolare riferimento al centro storico di Napoli. Il governo ha indicato quindici zone franche in Italia, tre per la Campania. Non dovrebbero esserci dubbi per il centro storico di Napoli. Intanto mentre le speranze e le utopie si nutrono di progetti, si è perso il sano pragmatismo del passo dopo passo. Un esempio tra tanti: Palazzo Penne, di proprietà della Regione, capolavoro dell'architettura del '400. Il Avrebbe dovuto ospitare biblioteche e fu affidato all'Università Orientale. Da allora non è successo più niente, il palazzo in condizioni sempre peggiori è pericolante.