Un villaggio dell'età del Bronzo è riemerso nell'interno del castello angioino di Mola di Bari. È riaffiorato quasi inaspettato, durante il restauro del cortiletto interno della fortezza. In realtà lo spazio investigato è così ridotto, che del villaggio è visibile parte dì una grande muraglia, un pavimento di sassi e ossa, e le zone terminali di due capanne. Ma quello che emerge - assicurano soddisfatte le archeologhe Francesca Radina e Angela Ciancio, responsabili dello scavo - è uno spaccato significativo non solo per ciò che si è trovato, ma soprattutto per la stratificazione degli insediamenti che si sono susseguiti in quel fazzoletto di terra: i quali vanno - in senso discendente - dal Bronzo recente (1.200 avanti Cristo circa) fino a un livello protoappenninico del Bronzo antico, e cioè 2.000-1.800 avanti Cristo. La stazione di Mola va quindi ad aggiungersi alla documentata mappa dell'età del Bronzo lungo il versante adriatico pugliese, dall'insediamento di Coppa Nevigata sul Gargano a quello di Roca nel Salente. Una mappa esibita, con ricchezza di reperti, nella mostra permanente del Museo nazionale di Egnazia (a cura della Radina e della Cinquepalmi). Questo sito del Bronzo era collocato infatti sul mare. L'aggere, una sorta di grande muraglione largo circa due metri e riempito di massi informi, doveva essere la delimitazione del villaggio sulla costa. Ma gli antichi abitanti di Mola avevano provveduto già nel 1.800 avanti Cristo, a rinforzare l'assetto murario con una bella palizzata situata lungo il perimetro interno della muraglia, e fatta con tronchi conficcati in terra. Sono sorprendentemente visibili i fori di inserimento. Dentro la cinta muraria sorgeva il villaggio. Il cui pavimento esterno non era di terra battuta, bensì costituito da un perfetto «vespaio» di sassi accostati e di ossa er-ratiche incastrate negli interstizii, insieme a cocci ceramici. La terra battuta, invece, era stata privilegiata nell'interno delle capanne: e sono visibili i suoli fatti di argilla rossa tanto pestata e lisciata, per impedire qualsiasi asperità. Ci troviamo di fronte allo scenario - in dettaglio - di una quotidiana esistenza preistorica. Gli abitanti del villaggio sembrano essere allevatori di porci, considerata la rilevante presenza di ossa suine. In un angoletto, uno di loro aveva provveduto a conservare quattro stinchi di maiale, che - evidentemente dopo la macellazione e la lauta consumazione - potevano servire per ricavare strumenti ossei per lavoro. Come dire che anche allora del maiale non si buttava nulla. Nella stratigrafia dei vari insediamenti, sono emersi boccette e vasetti di argilla, nonché punte di osso, e un corno di cervo lavorato a forma di pugnale, con un foro per la evidente manicatura lignea. Reperti che denunciano un buon livello di artigianato, accanto a una produzione ceramica e litica di second'ordine e per esclusivo uso domestico. Un vago di collana di materiale vetroso è l'indizio di una ricerca anche estetica e di un contatto col mondo egeo. La dieta dei capannicoli è desunta dai resti ossei e malacologici: carni dì suini ed ovini, di bue e di cervo (certamente cacciato nell'interno), si alternavano con la degustazione di cozze patelle e di altri mitili e molluschi. Che nondimeno, dopo l'alimentazione, servivano alla produzione artigianale: ossi di seppia bruciati e graffiati indicano che furono impiegati per strofinare altri materiali; le conchiglie venivano frantumate e reimpiegate per l'impasto ceramico. Tuttavia, niente lascia supporre che venisse praticata la pesca (mancano ami, e altri strumenti). Intanto è partita una ricerca sulle paglie impastate nel fango capannicolo, che fornirà anche la campionatura dei cereali e delle piante botaniche che arricchivano l'alimentazione degli abitanti del villaggio. Sulla vita del villaggio resta più di un mistero. Sotto lo strato del bronzo antico, forse persistono tracce di un insediamento precedente: la cui ricerca condannerà l'attuale villaggio alla sparizione. E poi, un quesito: perché un vuoto storico di duemila anni? Difatti, dopo l'età del Bronzo si passa direttamente -senza la presenza di resti peucezi e romani - a un livello medievale. Quello della costruzione del maniero per volere di Carlo d'Angiò, nel 1277-78. Che adesso, dopo il restauro, sarebbe pronto a ospitare, in un progetto di valorizzazione (di cui accennava già nel 1999 Giambattista De Tommasi, direttore del progetto di restauro), un museo non solo per i reperti del castello, ma anche per quelli archeologici riemersi nel territorio di Mola. Soprattutto i mosaici, con bell'«èmblema» centrale, della villa romana riemersa in zona Paduano, scavata anni fa da Angela Ciancio. Unica testimonianza in Terra di Bari di villa romana, databile dal I avanti al n dopo Cristo.
Mola di Bari. Villaggio e misteri dentro il castello
Un villaggio dell'età del Bronzo è stato scoperto nel castello angioino di Mola di Bari durante il restauro del cortiletto interno della fortezza. Le archeologhe Francesca Radina e Angela Ciancio hanno condotto lo scavo e hanno trovato una grande muraglia, un pavimento di sassi e ossa, e le zone terminali di due capanne. Il villaggio è stato collocato sul mare e aveva un'aggere, una sorta di grande muraglione largo circa due metri e riempito di massi informi, che delimitava il villaggio sulla costa. Il pavimento esterno del villaggio era costituito da un perfetto vespaio di sassi accostati e di ossa er-ratiche incastrate negli interstizii, insieme a cocci ceramici.
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