Napoli Il 5 maggio 1957 apriva i battenti la grande pinacoteca allestita nella reggia napoletana. Mostre, concerti, spettacoli e cinema per festeggiare il mezzo secolo di vita dell'istituzione In Italia, i musei d'arte antica sono quasi tutti ultracentenari. Quindi, stupisce apprendere che l'illustre Museo di Capodimonte a Napoli ha solo, invece, 50 anni di vita, essendo stato inaugurato il 5 maggio del 1957. Il compleanno del mezzo secolo non verrà fatto cadere sotto silenzio: un fitto programma di iniziative (mostre, concerti, spettacoli di cinema e teatro, letture e attività didattiche) è stato presentato giovedì scorso a Roma dal ministro Francesco Rutelli e dal soprintendente Nicola Spinosa e andrà a coprire il biennio 2007 e 2008 attivando si auspica un considerevole rilancio di uno dei luoghi ogget-tivamente più spettacolari d'Italia. Se la storia del Museo Nazionale di Capodimonte (questa l'esatta denominazione) è iniziata solo cinquantanni fa, bisogna ricordare però che ben più antiche sono le vicende delle collezioni in esso contenute e dello stesso palazzo che le racchiude. A monte della storia ci fu un'eredità miliardaria. Elisabetta Farnese ultima esponente della casata passando a miglior vita nel 1732 lasciò al figlio primogenito Carlo III di Borbone un patrimonio immenso: i feudi di Parma e Piacenza con fior di palazzi nel centro delle città e la villa di campagna di Colorno. Il tutto gremito all'inverosimile di strepitosi capolavori pittorici dall'Umanesimo all'età barocca, di libri, disegni, bronzi, oggetti d'arte, arredi, monete, gemme, cammei e antichità. Quando nel 1734 Carlo III divenne re di Napoli, pensò di incassare l'eredità portarsela al Sud. Fece svuotare i palazzi materni e organizzò un impressionante trasloco. I pezzi furono sommariamente imballati e caricati su carri che si inerpicarono sull'Appennino fino a Genova. Da lì, via mare, raggiunsero Napoli. Le opere vennero provvisoriamente ricoverate nel Palazzo Reale. Le casse cominciarono presto a saturare ogni anfratto della reggia. Charles de Brosses, presente a Napoli, rimase stupefatto del caos in cui versava la collezione, annotando un po' indignato che chiunque poteva avvicinarsi e orinare contro gli imballi. Urgeva una soluzione. Carlo III aveva ordinato qualche anno prima l'avvio di una Real Fabbrica sulla collina di Capodimonte, destinata alle cacce e ai sollazzi della corte. Un po' fuori mano (è ancor oggi il "difetto" maggiore del museo), ma in una posizione panoramica invidiabile, questo grandioso edificio fu progettato dall'ingegnere militare Giovanni Antonio Medrano, specializzato in acquedotti, dentro i quali dicevano i detrattori l'acqua si rifiutava di scorrere. Anche in questa fabbrica, Medrano non si smentì: costruì il palazzo in un punto dove mancava l'acqua. Carlo III meditò su questi "difetti" e prese la sua decisione: avrebbe collocato qui la Collezione Farnese. Incaricò un gruppo di esperti di verificare la fattibilità del progetto. Dopo lunghi sopralluoghi, i probiviri stesero un piano di allestimento. I dipinti sarebbero stati collocati al piano nobile nelle stanze esposte a mezzogiorno, più asciutte e luminose, mentre libri, medaglie e oggetti preziosi sarebbero stati posizionati nelle cosiddette retrostanze, allineate verso il bosco. Per rompere la monotonia, le sale della pinacoteca furono fin da subito tinteggiate di diversi colori. Ad ammirare Capodimonte arrivarono Winckelmann e Fragonard, il giovane Canova e Goethe, il quale espresse una severa critica: i quadri erano esposti senza un criterio scientifico. Non ci fu il tempo di seguire i suoi consigli. Con lo scoppio della Rivoluzione Francese e l'arrivo di Napoleone i Borbone scapparono in Sicilia smobilitando in blocco le raccolte di Capodimonte. Con la Restaurazione i sovrani napoletani decisero che il palazzo di Capodimonte sarebbe diventato una delle loro residenze. Si approntarono nuovi scaloni, si ridisegnarono gli appartamenti reali che ancor oggi ammiriamo. Le collezioni d'arte furono spostate in città, nel Real Museo Borbonico, l'attuale Museo Archeologico Nazionale. Dopo l'Unità, anche i Savoia usarono Capodimonte come residenza. Alla fine dell'Ottocento vi si insediò il ramo dei Duchi d'Aosta che ha continuato a risiedervi fino al 1948. Liberato dagli inquilini sabaudi, il Palazzo di Capodimonte venne nuovamente designato a sede della Pinacoteca Nazionale. Il soprintendente Bruno Molajoli stese il progetto e lottò come un leone perché venisse attuato, l'architetto Ezio De Felice lo rese operativo, la Cassa del Mezzoggiorno coprì le spese necessarie. Al piano nobile si sarebbero vistigli appartamenti di rappresentanza e le raccolte dell'Ottocento, al secondo piano la strepitosa Galleria Farnese e le altre raccolte che via via si erano andate ad aggiungere (le collezioni borboniche, la collezione Borgia). Il grandioso piano d'allestimento voluto da Molajoli resistette fino alla fine degli anni Settanta, quando l'isolamento del museo, il degrado fisico e la deriva sociale imposero una nuova sferzata d'orgoglio e d'energia. In campo, stavolta, scesero Raffaello Causa e l'attuale soprintendente Nicola Spinosa, che nel 1995 riaprì al pubblico una Capodimonte completamente rinnovata. Al piano nobile, accanto agli appartamenti dì rappresentanza, venne ricollocata la Collezione Farnese secondo un allestimento ispirato a quello già approntato nel Settecento. Al secondo e al terzo piano sono stati invece disposti i quadri della scuola napoletana e dell'Ottocento, seguiti da capolavori di arte contemporanea (Burri, Warhol eccetera) voluti espressamente per sottolineare la continuità storica della raccolta e la volontà di partecipare attivamente al tempo presente. Questa storia avvincente, questa volontà di essere un museo d'arte antica e contemporanea al tempo stesso, questo desiderio di accogliere e coinvolgere i visitatori saranno le linee guida delle manifestazioni previste per festeggiare il mezzo secolo di vita.